#VALETUTTO. Prima ti assicuri l’attenzione. Poi, l’automobile.

Esplosione di idee

“Wow!”
Ecco cosa ho detto la prima volta che ho visto lo spot dell’assicurazione SaraFree.

Anche se non capisco immediatamente il motivo per cui un film con morti ammazzati dovrebbe parlarmi di un’assicurazione auto, posso comunque dire che mi è piaciuto.

Sì, perché nel caos più totale della televisione italiana, piena di pubblicità assordanti e tutte uguali, il cervello si riaccende solo quando percepisce qualcosa di “alieno” tra uno spot e l’altro: un film, un telefilm, uno show, il trailer di un blockbuster.

Ecco perché lo spot dell’assicurazione mi ha colpito tanto: è riuscito a non passare inosservato.
Vediamoci insieme la “extended version” di 45 secondi (premettendo però che “Dal regista di Abissi di Fuoco” nun ze po’ sentì):

Vai al video >>

Vai al video >>

Che meraviglia.
Finalmente qualcosa di nuovo, mi ero detto in un primo momento.

Poi, come quando finisce un incantesimo, mi sono svegliato.
E d’un tratto ho realizzato che quello spot sarebbe stato perfetto per mille altri prodotti.
Perché, una volta che hai l’attenzione della gente, puoi finalmente dire (quasi) tutto quello che vuoi.
Il messaggio potrà essere condiviso o meno: l’importante è che tutti l’abbiano ascoltato, subìto, digerito.

Insomma: “A me gli occhi, che poi te li rivendo.”

E così, dopo essermi beato di esplosioni e scene d’azione esagerate, mi sorbisco pure un cazziatone: devo imparare ad usare la testa.
Ok.
Messaggio recepito.

Proverò allora ad usarla per davvero, dimostrando quanto questo spot ben confezionato e mega-prodotto (ma anche, se vogliamo, un po’ naif nei suoi intenti) possa essere riutilizzato per prodotti molto diversi tra loro.

Verosimili versioni che minano l’unicità dello spot di SaraFree, sono:

Money Talks
“Se stai guardando questo trailer, non stai prelevando al bancomat. Però stai continuando a pagare le spese del tuo conto corrente. È tempo di usare la testa. Comprati un computer decente e apriti un conto online.”

Berlusconi’s way.
“Se stai guardando questo trailer, non stai guidando. Però stai continuando a pagare il canone RAI. È tempo di usare la testa. Prendi quel cazzo di bollettino e straccialo! Così, giusto per ricordarlo.”

Bastoncini Style.
“Se stai guardando questo trailer, non sei fuori a pescare. Però lo sta facendo qualcun altro e prima o poi il tuo merluzzo finirà. È tempo di usare la testa. Passa a Findus e assicuri il pesce quotidiano ai tuoi capitani di domani.”

“Se sei su questo blog, non stai leggendo il blog di un altro.” - Perdiana, il vecchio ha ragione!

“Se sei su questo blog, non stai leggendo il blog di un altro.” – Perdiana, il vecchio ha ragione!

Alla “Non è mai troppo tardi”.
“Se stai guardando questo trailer, non stai studiando. Però domani nessuno sposterà quell’esame per te, cretino! È tempo di usare la testa. Iscriviti a Cepu: fai come i nostri giovani figuranti dal sorriso smagliante: due ore alla settimana in teleconferenza e hai una laurea in pubblicità. Non ci credi? Beh, nemmeno noi.”

In the Name of God.
“Se stai guardando questo trailer, non sei al cinema. Però ti è venuta voglia di andarci! È tempo di usare la testa. Se vai sul sito del cine-teatro Don Bosco di Refrontolo (Treviso), con un po’ di fortuna e con l’aiuto di Dio, puoi prenotare il tuo posto a centro sala per l’ultimo capolavoro di Checco Zalone.”

Alla “Bambini con gli occhioni che guardano in macchina”.
“Se stai guardando questo trailer, sei vivo e vegeto. Però, nel mondo, c’è gente che sta morendo per davvero, altro che film d’azione! È tempo di usare la testa. Fai la tua donazione di un euro e sostieni la nostra associazione umanitaria. E ora, puoi continuare a sentirti una merda. Buona serata!”

Sto esagerando?
Forse sì. Ma è tanto divertente…
Soprattutto quando vedo il sosia di Bruce Willis che mi parla di “qualcosa”. E prima di capire “che cosa”, la confezione vince sul messaggio.
Il farsi pubblicità vince sul farla e basta.

E alla fine, io sto scrivendo un post su SaraFree che mi fa pagare l’assicurazione auto in base ai chilometri che faccio.
Mmmm…
Hanno vinto “loro”. Stavolta.

Lutile

—————–

Non perdere la raccolta di tutte le lettere di Van Gogh sulla pubblicità!
Clicca sulla copertina e scopri di più:
la copertina

Annunci
Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Lettere alla mano.

Carissimi, ho una notizia importante per voi.
È uscito l’eBook che raccoglie tutte e 34 le lettere segrete sulla pubblicità (più una, inedita) di Vincent Van Gogh!

Si tratta di un libro in formato digitale per Kindle disponibile sullo store di Amazon.
Lo potete raggiungere cliccando sulla copertina qui sotto:

la copertina

Ho scelto Amazon perché mi ha permesso di pubblicare velocemente tutti i manoscritti che avevo nel cassetto e che ho sempre fatto leggere attraverso il mio blog.

Il libro digitale si conclude, però, con la famosa lettera 35, mai pubblicata sul blog e data in esclusiva a chi vorrà scaricare l’eBook.

Se vorrete, potrete comperare questo libriccino a pochi euri e dimostrare così al mondo di aver fatto una scelta importante per sostenere gli ideali di un Idiota che vi ama tantissimo e che spera di esservi sempre più Lutile (nel suo piccolo).

Grazie di cuore.

Oppure, potrete scegliere di regalarlo agli amici.
Oppure ancora, potrete farlo comperare agli amici direttamente, esclamando frasi giovani tipo: “È gradevole! Acquistalo immantinente!”.
Oppure, potrete fregarvene e tirare dritto.

Io vi amerò comunque.

E se non avete il Kindle?
Esistono tante app gratuite per trasformare in un Kindle il vostro Android o iPad. O il PC. O il vostro Mac.
E portarvi Le lettere segrete (sulla Pubblicità) di Vincent Van Gogh sempre con voi!

Scegliete quella più adatta alle vostre esigenze, cliccando qui: download

Così, io ve l’ho detto…

“Le cose migliori sono quelle che si pagano.” “Poco.” aggiungo io, perché altrimenti non le vuole nessuno. Il prezzo applicato è il minimo che Amazon mi ha imposto di applicare.

Per quelli che (come me ieri) non sanno nemmeno cosa sia un Kindle, eccolo qui: kindle

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , | 4 commenti

MASS MEDIASET. Mezzi di Comunicazione alla Massa.

Mediaset

Lo dico subito: non voglio parlare di politica.
Infatti parlerò di Berlusconi, un mago della pubblicità.
Un uomo che ha basato tutto sulla comunicazione, veicolando qualsiasi messaggio la gente volesse sentirsi dire.
Se lo fai con un Brand, è pubblicità ingannevole. Se lo fai con la politica, vinci le elezioni.
E questo (purtroppo) vale per tutti.

Il caso Berlusconi però è una Case History da studiare per le molteplici forme in cui la comunicazione è riuscita a mutare, pur mantenendo sempre lo stesso messaggio.
Prendiamo in esame soltanto gli ultimi mesi della sua campagna di Viral marketing: i più interessanti, forse.

Dunque, la situazione è questa: dopo il processo, i processi, le accuse, le difese e “La guerra dei 20 anni” in TV, Silvio non sa più come difendersi.
Ha speso miliardi per farsi una Brand Awareness e adesso qualcuno rischia di distruggergliela per davvero, una volta per tutte.

Così tenta l’arma del video-appello in prima persona: una soluzione già provata, che fino ad ora aveva dato i suoi frutti.
Certo, con una badilata di reti su cui trasmetterlo senza interruzioni o tagli, così come vuole lui, è tutto più semplice.

E anche questa volta, la rete ha generato diversi video ironici e parodie: un’altra occasione per far parlare di sé.
Questo qui, realizzato in maniera decisamente professionale, è molto divertente. È stato montato dal team di ASGANAWAY, il programma radiofonico di Radio Deejay.

Ma la presa sulla gente scema sempre di più. (Ottima scelta di parole)
Mettetevi nei panni, a voi certamente corti, di Silvio Berlusconi: l’amara costatazione che nemmeno il vostro viso serio e la vostra gestualità composta bastano più a essere presi sul serio.

Così la macchina pubblicitaria si rimette in moto.
E toglie il testimonial.
Fa parlare l’azienda.

È infatti uscito da poco lo spot che presenta le qualità e gli sforzi di Mediaset per continuare ad essere una TV al passo coi tempi, stimolante, “moderna” (un aggettivo che ti suggerisce vecchiume non appena hai finito di pronunciarlo). E “tutto senza chiederti nulla”.

Mediaset non è un “colosso americano”. Non ottiene contributi pubblici. Non chiede pagamenti tramite bollettini postali. Si sbatte e fa tutto da sola.
E poi la chiusa: “Così, giusto per ricordarlo”.

Perché?

Ecco la strategia: al posto di Silvio Berlusconi, parla la sua creatura. Una creatura che si fa garante dell’integrità del protagonista, che ha fatto tanto per tutti senza chiedere niente a nessuno.
Lo spot potete vederlo cliccando sull’immagine qui sotto:

Spot Mediaset 2013

Questo non è un messaggio diretto ma viene suggerito in maniera subdola. Mediaset scende in campo per salvare il padrone, cavalcando un tema caro agli italiani: il canone Rai, che da anni chiede tanto senza dare niente di più.
Lo spot istituzionale infatti dice: “[…] Undici reti gratuite e centinaia di programmi in onda ogni giorno, anche su Internet. Che non ti costano niente, niente. Nemmeno un bollettino postale. Così, giusto per ricordarlo.”

TV e Berlusconi dovrebbero essere separati, fin dall’inizio dovevano esserlo, ma ogni occasione è buona per dire qualcosa. Purché se ne parli. E se ne parli bene.
Si parla male solo dei nemici.
Mi raccomando.

drive-in

Il target medio è facilmente impressionabile da queste misere cose, secondo voi?
Dalle sole promesse? Dalle veline e dai velini? Dal calcio gratis, vita natural durante?

Sì, “giusto per ricordarlo”.

Lutile

——————-

Non perdere la raccolta di tutte le lettere di Van Gogh sulla pubblicità!
Clicca sulla copertina e scopri di più:
la copertina

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

BRAND NEW BRAND. Il Caso Twix.

raider - lo snack preferito dal lutile

Dopo l’ascoltare per intero un disco di Ivano Fossati e il praticare il parkour bendati, cambiare il nome in corsa ad un brand è da ritenersi un’altra impresa al limite delle possibilità umane.
Eppure all’inizio degli anni ‘90, in tutta Europa, un gruppo di eroi tentò e vinse una sfida che sembrava incredibile e pericolosa: sostituire con un termine difficile da pronunciare (ma soprattutto nuovo!) il nome ad uno degli snack più venduti e noti sul mercato!

È quello che successe nel 1991: “Raider”, dopo anni di spot giovani e ammiccanti, diventò a sorpresa “Twix”.
Non vi ricordate cosa fosse il Raider?
Prima di meritarvi tutta la mia commiserazione, rinfrescatevi la memoria qui:

Vero, il Raider non era un Brand: era solo un prodotto. Ma era talmente conosciuto da essere diventato il simbolo dello snack dei teenager per eccellenza, l’immagine della pausa tra uno studio e l’altro, sinonimo di merenda, metafora di pausa, sineddoche di it’s cool, antitesi di nerd. Sponsor de “I ragazzi della 3C”, assieme alla One-O-One (la brutta copia della Coca Cola).
Insomma, il Raider era un prodotto talmente conosciuto da essere esso stesso un Marchio.

Eppure, dopo un lungo tempo di inossidabile identità, cambia tutto.
E il fatto che la missione si sia conclusa con successo non è soltanto confermato dalle continue vendite ma anche dal fatto che in tanti non ricordano più che, all’inizio, il “Twix” non si chiamava “Twix”.

Stesso spot per Francia, Germania, Italia e presumibilmente qualsiasi altro paese europeo. L’unico compito per l’agenzia pubblicitaria nazionale era quello di ridoppiare il video: una cozzaglia di immagini americaneggianti che avrebbe funzionato dentro qualsiasi televisione.

E poi, alla fine di tutto, ecco la riproposta del vecchio payoff, il vecchio snack, il vecchio packaging. Ma con un nome nuovo. Alieno. Impronunciabile. Incomprensibile. Destabilizzante.

twix

Per mesi si continuò a richiedere il Raider al bar, fregandosene della pubblicità.
Ma poi, anche i più italici degli italiani hanno dovuto cedere.
Alla fine, l’approccio trendy-naif dello spot ha avuto la meglio su tutto.

Ecco il capolavoro dell’ADV internazionale, alla Beverly Hills 90210:

Un po’ di moda, indossatrici che mimano il cambio d’abito, un tipo col ciuffo davanti agli occhi, camicie larghe, berretti stretti, televisori per terra in un loft al buio, cavi elettrici per terra, ventagli giapponesi che fanno sempre figo.

Cosa chiedere di più? Magari una creatività!
Sarebbe stato divertente creare una storia: giocare con il nome che cambia, con gli ingredienti, con il target…

Non oso immaginare se ci fossero stati i social network negli anni 90! Sarebbe nata un’operazione digital dalle dimensioni epocali, qualcosa che avrebbe coinvolto gli utenti e tutti i loro nomi. Con una reveal finale completamente inaspettata e, per questo, ancora più forte!
Un brief per cui oggi darei un braccio, onestamente.

Ma l’influenza dei videoclip si sente eccome: zapping sfrenato, una voce che ti spiega “Tutto uguale, cambia il nome” (se mai ci fossero problemi a capire) e una musica che ci suggerisce un imperativo categorico: “change!”.

Insomma, cambia tutto ma non cambia nulla. Questo è quello che è accaduto in Italia.

Sempre meglio dei francesi che hanno preso lo spot americano e hanno tagliato le parti con “Raider”, mostrando solo quelle con “Twix”, come fosse il lancio di un prodotto nuovo.
Ma poi alla fine, ritorna il vecchio payoff e la ricetta del Raider.
Roba da spaccare la testa contro il muro per la confusione.

Ecco una raccolta di spot d’oltralpe, per i più curiosi:

Una mattina qualunque, di un giorno qualunque, di un mese qualunque del 1991.
Interno, giorno. Sala riunioni con le pareti di vetro. Attorno ad un grande tavolo circolare, sono seduti tre uomini e una donna. Quest’ultima è l’unica ad essere vestita elegante.

Direttore Creativo: “Ragazzi, ho un nuovo Brief: il Raider cambia nome. Idee?”
Art Director: “Suicidio?”
Copywriter: “Ansia? Senso di inadeguatezza?”
Account: “Secchezza delle fauci? Stipsi?”
Direttore Creativo: “Calma, calma! C’è già il video! Noi dobbiamo solo metterlo in italiano”.
Art Director: “Ah! Ok! Allora io vado. A domani, raga! Vado a casa a vedermi Bruno Sacchi.”
Direttore Creativo: “Ma ‘ndo vaaaai?”
Copywriter: “E come si chiamerebbe, quindi?”
Direttore Creativo: “Twix”.
Copywriter: “Come scusa?”
Art Director: “Eeeeeh?”
Direttore Creativo: “Twix. Si chiamerà Twix.”
Copywriter: “…”
Direttore Creativo: “…”
Account: “…”
Copywriter: “Ma… Perché??!?!”
Art Director: “…”
Direttore Creativo: “Ah rigazzì: ce danno un sacco de sorrdi! Ma che sso ‘ste facce?”
Art Director: “Ok. Ok. Ma secondo me è una cazzata!”
Direttore Creativo: “E che te devo dì? Tanto fra un po’ tutti nun se ricorderanno manco come se chiama il Presidente della Repubblica! Ma che te frega, scusa? Hai paura che un pugno de blogger tiri fuori de novo ‘sta storia qua, magari tra una decina d’anni?”
Account: “Cos’è un blogger?”
Direttore Creativo: “Oh ma nun sapete proprio un cazzo… Eh!”

Lutile

——————-

Non perdere la raccolta di tutte le lettere di Van Gogh sulla pubblicità!
Chi ride, scarica i nervi. E questo eBook!
Clicca sulla copertina e scopri di più: la copertina

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 9 commenti

LUNA DI MAIL. Una Case History per Google Users.

Google+-Hangouts

Chi mi conosce, sa quante volte io abbia speso tempo ed energie a dichiarare morto il progetto Google+.
Ma siccome nessuno mi conosce veramente, è come se io non avessi detto mai nulla.

E per una volta, è meglio così.
Perché sebbene Google+ stia miseramente agonizzando come social network, rimane il fatto che ha ancora molte frecce al suo arco. Anzi, molte armi nel suo zaino. Anzi, ha un arsenale in cantina: tutto il mondo di Google.
Soprattutto, Google+ Hangouts: una risorsa digitale che permette di collegare in una videoconferenza fino a 10 computer diversi in tempo reale.

Ora, aldilà delle infinite opportunità business, Hangouts può essere anche usato per qualcosa che non ha nulla a che fare con il lavoro. Cioè, il tempo libero.

È nel tempo libero che contattiamo gli amici, ci dedichiamo alla musica, al giardinaggio, alla raccolta di figurine.
È nel tempo libero che pensiamo a tutto ciò che ci permette di sentirci davvero liberi.
È nel tempo libero che amiamo. E ci sposiamo, anche.

coppia

Ma in diversi Paesi del mondo, ci sono ancora tante coppie omosessuali che non possono sposarsi. La questione parlamentare non si sblocca e moltissimi amanti non riescono a diventare finalmente sposi.
Inaccettabile, per una società civile. Tanto che qualcuno ha deciso di sposarsi in un altro Stato.
Possiamo quindi notare che tra le parole sposarsi e spostarsi c’è una lettera soltanto: una T. E se la guardi bene, la T può sembrare un più.

In Francia, sebbene le due parole si scrivano in maniera completamente diversa, ci sono arrivati prima di noi.

C’è infatti una bellissima Case History che si commenta da sola: (prima che la nuovissima legge fosse approvata oltralpe) coppie gay francesi si uniscono in matrimonio online grazie ad un sindaco belga, poiché in Belgio il matrimonio omosessuale è consentito e legale a tutti gli effetti già da tempo.

Il bello di questa storia è che le coppie di sposi non si sono dovute allontanare da casa. Hanno semplicemente acceso il loro computer e, in videoconferenza con un sindaco francofono, hanno completato il rito sotto gli occhi commossi dei testimoni in fibra ottica.

Google+, su iniziativa dell’associazione “Tous Unis Pour l’Egalité”, ha permesso a dei matrimoni impossibili di diventare possibili. Una volta per tutte.

Il video è montato ad arte, un vero documentario emozionale in grado di commuovere.
Ma ha tralasciato un particolare non da poco, secondo me. Il lancio del riso.
Chi si sposa con Google+ Hangouts non deve subirsi le manciate di riso in faccia, sul colletto della camicia, tra i capelli. E anche questo, secondo me, non ha prezzo!
Perché ad ogni matrimonio, c’è sempre l’amico che esagera e si presenta con il sacco delle mondine pavesi e tutta l’intenzione di scaricarvelo addosso.

Chissà cosa avrebbe detto Andy Warhol di questa meraviglia pop, di questo sogno che si avvera, di questo miracolo gratuito che si insinua tra la tecnologia pubblica e la vita privata.

Forse un bel niente. Non era un tipo da matrimonio, per come lo intendiamo noi mortali.

Chiunque sia interessato ad organizzare un matrimonio con Google+ Hangouts (poiché ancora osteggiato dalle proprie leggi nazionali) può scrivere direttamente all’associazione: mariage@tousunispourlegalite.com

Io, nel frattempo, vi faccio tanti tanti auguri in anticipo.
Lutile

——————-

Non perdere la raccolta di tutte le lettere di Van Gogh sulla pubblicità!
Chi ride, scarica i nervi. E questo eBook!
Clicca sulla copertina e scopri di più: la copertina

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

33. Le lettere segrete (sulla pubblicità) di Van Gogh. XXXIII episodio

la cascina di Allard il pazzo

Milano, Aprile 1886.

Caro Theo,
Come stai?

Qua a Milano mi sto rilassando alla grandissima. Finalmente, riesco a dormire due ore a notte: è come rinascere, te lo assicuro.

E poi sto anche cominciando ad imparare uno slang tutto particolare, parlato solo in questo angolo di mondo. È una lingua che deriva dall’italiano: un po’ come accade ai dialetti, ma al contrario.

Così, invece di dire “Andiamo?” devi dire “Facciamo quelli che vanno?”, perché parlare di sé in terza persona ti dà un toner che nemmeno ti immagini.
Ogni appuntamento fissato con una distanza minima di 12 ore va accompagnato con un “Ci riaggiorniamo?” e, se c’è qualcosa che ti ha scosso profondamente, la frase da dire è “Cioè: parliamone!”.
Saluti qualcuno chiamandolo “Roccia”, anche se smilzo, e impari presto che il verbo “mollare” ha molteplici significati.

In tutto questo bailame, termine autoctono, stanno nascendo diverse attività interessanti e molte si concentrano su una risorsa destinata ad esplodere: internet.
In esso, infatti, tutti possono trovare uno spazio dove esprimersi e dire la loro, anche gratuitamente: basta aprire un coso detto “blog”. (Per la cronaca: io non lo farò mai!)
Questa è una cosa meravigliosa. Vuol dire libertà.

Ma trovo personalmente insopportabile chi ama il proprio mestiere a tal punto da usare questo spazio libero e atto allo svago, per parlare di lavoro!
È pazzesco, è insano.

È come una donna che passa tutta la settimana a prepararsi per il weekend e poi, quando viene l’ora, invece di uscire, comincia a struccarsi e ad organizzarsi per il lunedì seguente.

Ti ricordi del vecchio Allard di Dordrecht? Quello che noi chiamavamo “Allard il pazzo”?
Ecco, lui passava le nottate sveglio a riordinare il fienile per poterlo ammirare in perfetto ordine il giorno dopo. Perché mai lo faceva? Perché mai?

Non sopporto tutti quei blog che parlano di marketing seriamente, soprattutto quelli social oriented (ti spiegherò poi), che dispensano consigli su come attuare una strategia infallibile. Di domenica pomeriggio.

Non sopporto i blog che parlano di economia perché “i numeri sono una passione”. L’economia non è una passione: è una necessità. O la tratti per lavoro, o sei da internare.

Amo invece i blog che scherzano, che parlano di lavoro ma con ironia, per distruggerlo e liberarsi.
Amo i blog di cucina, caro Theo. E quelli demenziali e inutili: sono necessari.
Amo i blog che parlano di arte, come puoi ben immaginare.
Ultimamente mi sto anche interessando ai blog che parlano di chirurgia plastica alle orecchie. Curioso, no?

Bene, ti saluto con tanto tanto affetto, fratello mio.
Ti stringo a me con amore, come il vecchio Allard stringeva il forcone quella mattina in cui lo trovammo morto, nella sua cascina.
Ma… ricordi? Nessuno osava toccarlo, per paura di disturbare. Pensavamo che si fosse finalmente addormentato e che stesse sognando a pancia in giù, come fanno i bambini.

Ti voglio bene,
Vincent.

P.S. La morale è che la vita è troppo breve per lavorare soltanto. O per gestire blog noiosi. E che l’ultimo modello di scarpe dell’Adidas è troppo caro per ciò che in realtà offrono.
Lutile.

——————

Ti è piaciuta questa Lettera? Comprale tutte e 35, in un eBook unico!
Clicca sulla copertina e scopri di più: la copertina

Pubblicato in Lettere | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , | 2 commenti

YOMO SAPIENS.

Grillo

Lungi da me parlare di politica. Lo faccio solo quando sono ubriaco.

Vorrei parlare di Beppe Grillo.
Ma non dell’agitatore di folle, fondatore del Movimento 5 Stelle nonché ideatore del V-day.

Vorrei parlarvi del brillante testimonial di niente popò (è il caso di dirlo) di meno che: lo yogurt YOMO.
Ecco, quel Grillo lì.
Chi è che se lo ricorda? Prima ancora di Alessia “intestino regolare” Marcuzzi, c’era lui.
Parlava di fermenti lattici, mirtilli e latte magro con una scioltezza che nemmeno Marco Van Basten in area di rigore.
Ma lungi da me parlare pure di calcio. Non so nulla sull’argomento, rischierei l’autogol.

Facciamo quindi un salto al giovane Grillo, quello che lavorava in TV, e allo yogurt YOMO.

Vediamoci assieme un’ottima selezione di spot anni 80, con un Beppe Grillo in formissima (e non per merito del bifidus actiregularis):

Da notare che la scelta del Brand YOMO non fu quella di parlare di sé, delle caratteristiche del proprio prodotto, bensì di farsi trainare dalla simpatia di una delle star più amate a quel tempo.
Tanto bastava. Se alla gente piaceva Grillo, sarebbe piaciuto anche lo yogurt.
Fine della strategia.

Mi immagino il copywriter fregarsi le mani nella trepidante attesa di buttare giù uno script da cucire addosso ad un comico.
Un sogno. “Non voglio nemmeno nominarlo, il prodotto! Pensiamo a divertirci!”

Certo: uno come Beppe Grillo, sai cosa poteva fare del tuo script, mio caro copy degli anni ottanta? Se lo prendeva, lo piegava almeno 12 volte così da infilarlo sotto la gamba più corta del suo tavolo in cucina e poi ti telefonava dicendoti che l’aveva letto, ti faceva pure i complimenti, ma che voleva sistemare comunque due o tre cose in croce. In pratica, te lo riscriveva.
Ma a te sarebbe andato bene lo stesso, perché se andava bene alla YOMO, allora andava bene anche all’agenzia. E quindi, anche a te.

Vedere Beppe Grillo lì, tutto sorridente e nel fiore degli anni, mi ha gettato addosso la nostalgia dei tempi andati.
Non è retorica: i politici del tempo (Craxi su tutti, che poi firmò l’allontanamento del comico dalla Rai e quindi dalla TV, per sempre) erano in buona sostanza molto simili a quelli di oggi.

Quelli diversi eravamo noi, gli italiani del Drive In e di Fantastico.
Eravamo più spensierati, più ricchi, più creativi, più stimolati dalle nuove scoperte tecnologiche, dai nuovi mestieri che stavano nascendo in quegli anni. Eravamo incoscienti e felici di esserlo. Pensavamo di aver capito tutto del futuro, anche se il presente dimostra che non avevamo capito un cazzo.

E ci arrabbiavamo sul serio quando scoprivamo che la classe politica era corrotta. Perdevamo le staffe a tal punto da lanciare monetine contro gli individui che noi stessi avevamo votato.
Ora non riusciamo nemmeno a trascinare un senatore indagato al suo processo.

Da cosa ero partito? Ah sì, lo yogurt.
E com’è che sono arrivato a parlare di politica?
Boh, saranno stati i fermenti lattici. O forse l’ammazzacaffè del dopo pranzo.

Anche se quel misto di amarezza e tenerezza, quella malinconia liquida per i tempi andati e che non tornano, assomiglia tanto all’emozione che ti raggiunge solo dopo il quarto bicchiere di vino, e la stanza comincia a girare e ti viene da chiudere gli occhi e da piangere e ridere insieme.

Per la cronaca, non ho mai votato Grillo: sarà forse per quell’errore di grammatica sulla copertina del suo debutto discografico.
Lutile

——————-

Non perdere la raccolta di tutte le lettere di Van Gogh sulla pubblicità!
Chi ride, scarica i nervi. E questo eBook!
Clicca sulla copertina e scopri di più: la copertina

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Una Case History di successo: Melissa Satta su Instagram.

Melissa Satta scrive un sms al Lutile Idiota

I commenti a cose o persone sono tratti da una storia vera.

So per certo che molti Social Media Manager, per restare aggiornati sulle dinamiche comportamentali degli utenti sui social network, si studiano grafici incomprensibili e noiosissime ricerche di altri Social Media Manager. Senza contare le ore passate a commentare, con post politically correct, le pagine di oltre 90 brand diversi.

Solo così, pensano, si può delineare con successo il profilo del target di riferimento e scatenare la strategia. Anzi la strategy, scusate.

Ma posso assicurare che c’è un altro metodo, meno scientifico ma altrettanto valido, per ottenere uno specchio della realtà social italiana senza margini di errore: farsi un giro su Instagram.

Ma non un giro qualunque. Un giro sul profilo di Melissa Satta.

La decisione di portare come esempio il profilo della show girl, nasce dopo due inattaccabili considerazioni:

1 – l’indiscutibile quantità di dati che accompagna questa analisi speculativa;
2 – l’intramontabile legge secondo la quale una bella ragazza porta sempre ad un brusco innalzamento. Degli accessi al blog.

Il 15 Marzo 2013, Melissa Satta pubblica questo scatto attraverso il suo profilo Instagram ufficiale con un solo hashtag: #gym. E nient’altro.

la Satta non fa foto per Lutile Idiota

Si apre il caso.
Leggendo i commenti degli instagramers all’ultima foto caricata dalla Satta, emergono ritratti social di una chiarezza tale che valgono come un Master di Web Marketing alla Cambridge University.

Vediamone insieme alcuni, quelli più importanti (scelti tra oltre 40 post inseriti in meno di un’ora e mezza), che serviranno come base per il prossimo corso di specializzazione allo IULM, senza ombra di dubbio.

Scopriamo quindi che è possibile delineare ben 18 profili-tipo diversi:

Il poeta neoromantico: “Splendida creatura.”

L’oggettivo: “Atletica” (Perché quando va detto, va detto)

Il raffinato: “Che stacco!”

Il feroce critico fashion victim: “Hai la sciarpa e poi ti metti il pantajazz al ginocchio?” (Non si fa!)

Il docente: “Voto: 1000” (Al diavolo la vecchia scala da 1 a 10!)

L’amica del cuore tilovvotantomasottosottovorreiprendereiltuoposto: “Fantastica la nostra Mely!!!!”

Il concreto: “Stica…” (Perché per farsi capire, non servono tante parole)

L’internazionale. “Breathtaking!”

Il fetish: “Come invidiare una maniglia di un ascensore!”

L’irrequieto, amante della punteggiatura selvaggia: “Va bho… Ma perché devi mettere ste foto??? @sattamelissa” (Con tag, per chiarire il concetto)

Il timido porcone: “C’è un mio amico che vorrebbe essere il rubinetto del tuo bidet.” (Un genio, NDR)

La buona: “Sempre bella, tu.”

La cattiva: “Fai fatica Mely.”

L’esperto: “Rassodati il culo che non ne hai più! @sattamelissa” (E vai col tag)

Il garbato: “Nulla di porno stavolta… MA TANTA ROBA!” (Perché sapersi controllare è tutto)

Il medico: “Che linea. Oltre la palestra, che dieta fai?”

L’educato: “Salve…” (Bravo, prima i saluti)

Il diretto: “Sono un giocatore di prima categoria e non gioco nel Milan, posso trombarti” (Senza punto di domanda, perché non vi siano dubbi fra ipotesi e possibilità)

È quindi con estrema soddisfazione che chiudo questo studio sul Social Media Management.
Spero vi sia servito davvero, Satta ogni punto di vista.

E saluto con affetto la signorina Melissa, che sicuramente conosce i prodotti per cui realizzo le pubblicità ma che continuerà ad ignorare chi sia io, con buona pace del sottoscritto.

Lutile.

——————-

Non perdere la raccolta di tutte le lettere di Van Gogh sulla pubblicità!
Chi ride, scarica i nervi. E questo eBook!
Clicca sulla copertina e scopri di più: la copertina

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento