A.I. – Una storia vera artificiale.

Questo post è stato scritto da un generatore di testi automatico. O forse no. Non lo saprete mai.

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C’era una volta un robot che voleva essere una persona vera.

Faceva di tutto per ingannare se stesso: si truccava, si vestiva con abiti firmati e molto eleganti, si vestiva con abiti firmati ma sportivi, una volta si sforzò pure di vestirsi da Piazza Italia.
Ma nonostante il suo impegno in Giga di RAM ed in termini di consumo di batteria, la gente lo evitava. Quando lo vedeva camminare per strada, attraversava persino la via per evitare di salutarlo.

Allora il robot provò a non truccarsi più.

Ma nulla sembrò migliorare.

Il robot decise allora di cominciare a stare a tavola come fanno gli uomini e le donne della sua città: seduti composti, con i gomiti stretti e la schiena inarcata delicatamente sul piatto.
Provò anche tenere un tovagliolo sulle gambe senza farlo cadere ma, nonostante i suoi sforzi, nulla cambiò.
La gente continuava a guardarlo con occhi pieni di paura e imbarazzo, isolandolo sempre di più.

Una sera, il robot si guardò allo specchio e disse: “Bzzz…”.

La sera dopo, il robot ebbe un’intuizione proprio mentre era sotto carica assieme al suo samsung nuovo in procinto di esplodere: “Bzz… Mi serve un lavoro bzz!”, esclamò e staccò in tutta fretta il cavo microusb dall’orecchio per andare a dare un’occhiata alle offerte di lavoro su LinkedIn.

“Bzz… Se troverò un lavoro e mi integrerò alla società produttiva, bzz… allora verrò considerato importante, indispensabile, bzz… e tutti mi vorranno bene. Bzz… In fondo, voglio solo essere amato. Bzz… La gente non si preoccupa forse per il proprio smartphone più di chiunque altro?” si chiese saggiamente il robot.
“Ci sono alte probabilità… bzz… che la gente si preoccupi anche per me! Bzz…”

Dopo una settimana di colloqui in abiti firmati e molto eleganti, il robot riuscì ad ottenere un lavoro in un’agenzia di pubblicità.

“Bzzz!!” esclamò il robot dalla felicità.

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Viste le sue capacità e vagliate con attenzione tutte le qualità che lo rendevano effettivamente una macchina, venne scelto per ricoprire il ruolo dell’account senior.

“Il „junior“ avrebbe ancora un tiepido lato aspirazionale. Il „senior“, invece, ha già normalmente perso ogni speranza. E quello è lo spirito giusto, perdìo!” pensò qualcuno che conta davvero.

Il tempo passava alla velocità della connessione su Fibra Ottica ed il robot lavorava, macinava mail, archiviava pratiche, passava feedback ai creativi senza leggere le mail del cliente, faceva telefonate di new business senza un filo di entusiasmo e non faceva altro che ripetere “Sì, certamente!” ad ogni singola richiesta del cliente. In più, si serviva di ottime espressioni come impattante, asap, ton ov vois, rison uai e dammi l’insait.

Per questo, era amato e sempre più considerato indispensabile per l’equilibrio di una buona agenzia che si rispetti.

Insomma, al robot stava andando benone.

Veniva invitato a pranzo, agli aperitivi, ai compleanni dei colleghi e persino ai weekend di team building.
Il robot era felice. Per la prima volta, sentiva dentro di sé uno strano impulso, mai provato prima, che non sapeva tradurre in output.
Voleva piangere e ridere insieme. Ma siccome le due azioni sono contrastanti, a volte il processore si bloccava come quando cerchi di navigare con Opera su un telefonino Dual core cinese.

Una mattina, il robot si recò in agenzia tutto pimpante e con la sua batteria al litio al 100%.
Scorse l’intero PPT di presentazione di una complessa strategia digitale per un brand a lui sconosciuto e notò che era pieno di immagini, di meravigliose infografiche e di migliaia di colori.

Ne restò affascinato e, dopo un sospiro meccanico, esclamò: “Bzz… ma qui manca la slide con i ringraziamenti!”.
La creò prontamente, impiegando 50 minuti per generare la scritta “Grazie!” alla fine del documento. Sì, con il punto esclamativo.

Tutto soddisfatto salvò il PPT con un altro nome ed osservò: “Ma i copy non fanno un cazzo! Bzzz… Gli art, si vede che lavorano… Bzz… Ma i copy, alla fine, che cosa fanno… Bzz?”

Da quel momento, la vita del Robot cambiò di nuovo.
Nessuno lo salutò più.
La gente tornò ad attraversare la strada per evitare di incrociare il suo sguardo vitreo.
Fino a che non fu chiuso in uno sgabuzzino dell’agenzia senza cavo per la ricarica. E lì, nella sua più incosciente solitudine, continuò a chiedersi cosa mai avesse combinato.

“Bzz…!” esclamò un bel giorno. Forse aveva capito.
Si girò per annunciarlo a tutti, ma si spense.
Così.
All’improvviso.

Riuscì solo a mandare un messaggio su whatsapp ad un suo collega, prima che fosse troppo tardi.
Spegni il mio PC, per fav? Thx! ☺”

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