31. Le lettere segrete (sulla pubblicità) di Van Gogh. XXXI episodio

Milano, Settembre 1885.

Caro Theo,
c’è mafia.

Certo, dirai tu. Sei in Italia!
Ti sbagli: tutti questi luoghi comuni mi danno la nausea, ormai.
Siamo realisti: l’Italia, il Paese che sto imparando ad amare semplicemente perché mi tratta a branzini in faccia, non c’entra nulla.
La mafia c’è. E basta.

Ti basti sapere che, proprio settimana scorsa, ho affrontato una gara con alcuni miei colleghi.
Di corsa ad ostacoli, nello specifico. Per prendere la 90.

Poi, una volta arrivati in agenzia, ci hanno passato un brief: una gara per un cliente importante.
Mario, il copy, si è mostrato subito molto dubbioso.
“Ma questo qui non è già nostro cliente? Perché dobbiamo fare una gara per prenderlo, se è già nos…?”
Non ha fatto in tempo a finire la domanda.
Sono entrati tre omoni in completo gessato anni ’30, e due di questi l’hanno portato via. Il terzo suonava il mandolino.

Risultato: siamo rimasti a lavorare solo io ed un mio collega art senior. Senza più copy.
Ma siccome, col passare delle ore, il lavoro cominciava a diventare difficoltoso, il mio collega art director ha osato chiedere dove fosse finito il copywriter.
Avevamo disperatamente bisogno di titoli, di testi, di qualche parola vera: la riga del Lorem Ipsum era stata replicata all’infinito e noi non sapevamo più cosa copiare-e-incollare sulle bozze: il nostro cervello non è fatto per quel genere di cose.

“Ma dove si è cacciato Mario, si può sapere? È mai possibile che quando ci serve un copy non ci sia mai un caz….”
Il mio collega non ha fatto in tempo a finire la frase.
Sono entrati tre omoni in completo gessato anni ’30, e due di questi l’hanno portato via. Il terzo mangiava una pizza.

Risultato: sono rimasto da solo a portare avanti la gara.
Ma questa esperienza mi ha comunque insegnato molte cose: prima fra tutte, che non devo fare domande.

Così, dopo 3 giorni di lavoro ininterrotto, i direttori creativi mi hanno tolto la catena alla caviglia e hanno consegnato la gara in busta chiusa.

Dopo una settimana, è arrivato il verdetto.
E vuoi sapere chi ha vinto?

Non noi, ovviamente.
Sebbene il cliente fosse già nostro.
Sebbene la creatività dell’agenzia che ha vinto fosse del tutto identica alla nostra.
Sebbene il cliente ci avesse assicurato che era cosa fatta, che non c’era nulla di cui preoccuparsi.
Sebbene avessi dato il massimo per farcela.
Sebbene il preventivo fosse lievitato come del pane azzimo ad un pranzo ebraico.

Sono veramente triste, caro Theo.
Spero di rivederti presto. Sento ancora prepotente la mancanza di casa.

Ti stringo forte, fratello mio, come la rete di quel peschereccio abbracciava Mario, il Copy, prima che fosse venduto a tranci al mercato di Krk.

Se siamo davvero tutti sulla stessa barca, spero tanto non sia un peschereccio.
Ti voglio bene.

Vincent.

PS: Io non ti ho detto niente. E se ti fanno domande, noi non ci siamo mai visti. Capish?

——————

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2 risposte a 31. Le lettere segrete (sulla pubblicità) di Van Gogh. XXXI episodio

  1. Josef K. ha detto:

    Ma quindi stai dicendo che…(mi portano via)

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