AGENZIE DA INCUBO – Una nuova serie

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Avete presente quei reality show dove un personaggio simbolo di eccellenza va in giro a sistemare attività fallimentari e a salvarle dal baratro, tipo “Hotel da incubo” o “Cucine da incubo” o “Qualsiasialtracosa da incubo”?
Di protagonisti del format, ce ne sono diversi. Ma alla fine, sono tutti dei cloni dell’unico vero giudice in grado di salvare l’umanità dal cattivo gusto: Gordon Ramsay.

Ecco. Ora che abbiamo messo tutti i tasselli al loro posto, possiamo ammirare insieme il puzzle assurdo che mi sono immaginato questa notte: un reality dal nome “Agenzie da incubo”.
Già mi vedo Gordon Ramsay, chiamato dai creativi delle agenzie più disastrate d’Italia, a prendere a calci in culo tutti, grandi e stagisti, per riportarli sulla retta via.

Ore 9.00
Gordon Ramsay entra in agenzia.
Non c’è nessuno.

Ore 9.45
Arriva lo stagista.
Gordon Ramsay si presenta.

Gordon: Ciao! E tu chi saresti?
Stagista: Battista lo stagista.
G: Ciao Battista. Io sono Gordon. Per quale cazzo di motivo non c’è mai nessuno alle 9.00 del mattino? Dove credete di lavorare? In un chiringuito?
B: Ehm… Ma io ieri sera ho fatto le tre e mezza…
G: Pensi che me freghi qualcosa? Finché non vi presenterete tutti in agenzia prima di mezzogiorno, continuerete a fare sempre più tardi. Non ti sembra?
B: Ma… io…
G: Va bene, dai. Senti, allora mi porti… un cocktail di scampi…. Una pizza Romana… Sì, una frittata della casa, quella con cipolle e formaggio e…
B: Ma io sono solo uno stagista…
G: Mah?! Robe da pazzi!

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Ore 12:00
Gordon Ramsay fa una breve riunione con lo staff.

Gordon: Mi presento a chi ancora non mi conosce. Sono Gordon Ramsay. Chi comanda qui?
Direttore Creativo: Io, chef.
G: Ah bene. Ho fatto un giro nel reparto creativo. Cristosanto, c’è da mettersi le mani nei capelli! Amico, non puoi passare i brief dopo una settimana che li hai lì fermi a marcire. Fanno male! È veleno. Lo capisci?
DC: Gordon… Siamo pieni lavoro. Se non li passo subito, è perché i ragazzi stanno facendo altro.
G: Il problema è proprio questo! Non lo devi fare tu! Chi è che gestisce il progress in questo buco di merda?
Account: Sono io, chef.
G: Bravo! Ma hai visto come lavorano qui? Non te ne frega un cazzo?
A: Manca gente, chef.
G: Manca gente? Cioè, manca gente con l’esperienza e le capacità per smazzare in fretta tutta la roba che accumulate. O sbaglio?
A: Sì, chef. Però…
G: “Sì però” un cazzo! Adesso io me ne starò qui in agenzia a vedervi lavorare. Non interverrò se non in casi estremi. Poi, stasera, vi dirò cosa fare per sopravvivere. D’accordo? Al lavoro!

Così scorre una giornata intera nell’agenzia milanese.
Tra telefoni che squillano, gente che urla, gente che piange, gente che invita a fare di più, gente che dice che di più significa morire, gente che muore sul serio.

Gordon Ramsay guarda dritto in camera e parla.

Gordon: Ma questi sono pazzi. I direttori creativi non danno una mano. Non danno consigli. Loro “sparano”. Continuano a ripetere “Oh, la sparo…” e poi dicono la prima cosa che viene loro in mente. Tanto per dire. Il più delle volta è proprio stupida. E questo non stimola i creativi. Questo li fa solo arrabbiare di più. Se qualcuno qui non smette di sparare, domani dovrò venire con il giubbotto antiproiettile!

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E poi, dopo una settimana da infiltrato, Gordon Ramsay saluta i creativi ed è pronto a lasciare gli ultimi consigli prima dell’addio.

Gordon: Ragazzi, sono stato con voi qualche giorno. Mi è servito per capire che il vostro menù è troppo ricco. Dovete snellirlo, specializzarvi su una cosa. Due, al massimo. Fate bene quello. I creativi fanno tutto. A ritmi assurdi. Ma non sarebbe meglio dividere in squadre?
Poi, una cosa: questo banner è crudo, cazzo. Questo sito fa schifo. Questa campagna sa di riscaldato.
Questo leaflet è unto da vomitare e questa presentazione in ppt… beh, che dire? È così salata che mi si è staccata la lingua dalla bocca.
Less is more!
Dal cliente non si deve andare con 103 proposte diverse. Ne bastano due. Dovete presentare le idee giuste, non tutte quelle che vi vengono in mente!
E poi… ho rimesso mano agli interni dell’agenzia. Vedete? Ora sembra tutto più attuale!”

I creativi danno un’occhiata ai computer nuovi e piangono.
“O mio dio… non ci credo… è bellissimo!”, sussurrano tra loro.
Il Direttore Creativo crolla e, per la prima volta, gli scappa un “Grazie”.
Strozzato.

Poi, Gordon se ne va. Tutto impettito e con le mani in tasca.
Ma mentre sta chiudendo la porta a vetri dietro di sé, una mano tremante lo trattiene sull’uscio.
È quella del copywriter.
“Gordon! Dimmi la verità. Ci sarà speranza per noi?”

Gordon sorride, per la prima volta.
Il vento leggero gli scosta un ciuffo di capelli biondi dalla fronte.
Le rughe che gli solcano il viso si distendono per un attimo, facendolo sembrare ancora più affascinante.
Un raggio di sole gli accarezza il collo, lo sguardo si addolcisce e i suoi occhi sembrano dire che andrà tutto bene.

La sua bocca si apre:
“Siete nella merda ragazzi.”

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BUON FATALE – Ti è arrivato il brief? Auguri.

Lutile Santa

Sta arrivando il santissimo Natale.
Paura.
Terrore.
Crisi di panico.
La morte.

Chi lavora in un’agenzia di pubblicità sa perché.
Non certo per i giorni di festa. Ma per gli “Auguri di Natale”: quegli odiosissimi brief dei clienti che vogliono un messaggio creativo per augurare buone feste:
– ai dipendenti;
– ai fornitori;
– ai dipendenti dei fornitori;
– ai propri clienti;
– ai clienti dei propri clienti;
– alle loro mamme (puntando poi a chiedere uno sconto agli account… “Eh, dai… era una robetta piccola! Quant’è? 20 euro? Ah di più? Ma allora, l’anno prossimo vado in cartoleria e compero un biglietto stampato, no? Faccio prima, non ti pare?” Sì, fai prima. Ciao.)

Il problema non è certo mettersi d’impegno a trovare una head carina “mai sentita prima ma che comunque abbia un’aria tradizionale”, un visual simpatico “che parli del Natale ma che ricordi il core business del committente”.

Il problema è farlo per il decimo Natale consecutivo, per quasi sempre gli stessi clienti.

E poi, sapete qual è la cosa divertente? Che pur essendo realtà diverse, i clienti fanno sempre tutti le stesse richieste, divise per settore merceologico.

Settore Alimentare: “Puntiamo sul Buono. Ma senza dire “Buon Natale” che ormai è inflazionato. Proviamo a trovare un messaggio positivo, di stare a tavola, di mangiare bene, senza pensieri, di lasciarsi finalmente andare… ma ricordando sempre che la nostra ditta produce barrette di segale dietetiche. Grazie.”.

Settore Assicurativo – Bancario: “Non diciamo “Buon Natale”. La gente è stufa di sentirselo dire. Lo sa che non è vero. L’anno scorso avevate fatto una cosa carina. Ecco, tipo come quella dell’anno scorso. Ricordiamoci però che i tassi d’interesse dei prestiti sono cambiati e che i servizi sono stati ristretti solo ad un target medio-alto spendente. Insomma, una bugia tipo Serene feste a tutti, anche a chi non se lo può permettere o una roba così. Oh insomma, siete voi i creativi, no?”.

Settore Industria Pesante (il più divertente): “Ci serve un messaggio di auguri da spedire via mail ai nostri fornitori e ai nostri clienti. Fate voi. E basta proporre la catena di montaggio con gli elfi, che l’anno scorso i dipendenti non hanno apprezzato!”. Li amo.

Settore dei Servizi in genere: “Anche quest’anno abbiamo bisogno del vostro aiuto (faccina che ride) per comporre un bigliettino di auguri per i nostri Clienti Business. Abbiamo qualche idea, condivisa con l’ufficio Marketing. Eccole!” E parte un elenco puntato di banalità divertenti, assurde, politically correct, brutte, sobrie, eleganti. Con un disclaimer di 12 righe, corpo 3, steso da un ufficio legale che non aspettava occasione migliore per rovinare la festa a tutti.

Settore Automotive: “Ci fate avere delle proposte di auguri di Natale da mandare ai nostri clienti, per domani? Al più tardi, alle 12.00. Grazie. Dobbiamo avere il tempo di stampare su A5 e di distribuire alle concessionarie in tutta Italia.” Praticamente, più che un brief, è un test dell’alce.

Anche se i peggiori, gli auguri di Natale più odiosi e indigesti, sono quelli che vuole far uscire l’agenzia stessa: un vero bagno di sangue, gare intestine, creativi fatti a pezzi la notte pur di partorire un bigliettino “originale”. A volte ne vale la pena, devo ammettere. Peccato che dopo due condivisioni su Facebook, anche la pagina ufficiale dell’agenzia pubblicitaria se ne dimentica. Peccato.

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Così ti ritrovi a tu per tu con il tuo Art Director che non sa più cosa inventarsi per la prima proposta. Di tre.
È un disastro.
Si comincia un brainstorming che pare un tunnel di un eroinomane.
Tutte le idee più belle sono già uscite, già usate, già presentate (e bocciate), già fatte, già tutto.
Poi, quando finalmente riesci a scavare sul fondo del tuo cranio e trovi tre idee degne di essere presentate, ti precipiti dal tuo direttore creativo per discuterle e, speri, finalizzarle.
Non è così.

Ne passano sempre due.
“Mancherebbe una terza proposta…”, ti senti dire.

A quel punto l’Art Director sviene picchiando la testa contro lo spigolo della scrivania. Lo portano all’ospedale con la schiuma alla bocca. Mentre pensi che è stato solo un colpo di genio per uscire dal brief maledetto, resti da solo davanti al tuo computer in cerca di idee.

Punti su tutto: sul riposo, sul “fermarsi per ripartire”, sulla dieta che va a farsi friggere, sulla novità, sull’attualità, sull’italianità, sull’inglese, Jingle bells, Merry Christmas, Happy New Year…

Quand’ecco che ti viene l’idea dell’anno, la fine del mondo. Anzi, l’idea per la fine dell’anno.
Mandare il tuo curriculum in giro. A caso.
E come oggetto della mail, scrivere “Merry CVristmas”.
No, come non detto. Fa schifo.

A Natale basta il pensiero, dicono. È vero: ma tre proposte, come minimo. E per le 12 di domani. Grazie.

Lutile

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Ernesto. Una storia vera.

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C’era una volta un uomo che si chiamava Ernesto e non era capace di fare niente.

Non sapeva cucinare e non sapeva distinguere il vino buono da quello cattivo; non sapeva dipingere e non sapeva fare fotografie; non sapeva scrivere né leggere bene come fanno i giornalisti alla TV; non sapeva far di conto né guidare, né andare in bicicletta, né fare il caffè con la moca. Non sapeva preparare la carbonara e, cosa ancora più grave, non sapeva caricare la foto della carbonara su Instagram.

Insomma, era perfetto per lavorare alle Poste.

Ma egli decise che doveva comunque dimostrare alla sua ex che dentro di sé nascondeva un grande talento che nessuno aveva mai scoperto, lui per primo.

Così decise di fare il creativo di un’agenzia pubblicitaria.
Finì a lavorare in una piccola agenzia di provincia, una di quelle che si chiamano con cinque cognomi di fila (una cosa tipo: MarchiFranzettiSalviLussu&Mother – uno straniero ci deve essere per forza che fa figo)

Il direttore creativo era un mezzo genio che non sapeva fare niente, come Ernesto. Solo che, nei primi anni ottanta, proprio nella golden age della pubblicità e delle diete macrobiotiche, a lui una cosa era riuscita: aveva firmato il payoff di una marca di dolcetti alla crusca:
Biscotti Cossutta. Fai la cacca, falla tutta.

Era stato un successo.

Vi erano state citazioni al Drive In, magliette dell’Azienda Dolciaria Cossutta stampate in Bangladesh, volantini e una piccola parte in un grande film italiano candidato a Cannes per l’attore che prestò la voce al payoff aziendale.

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Poi, più nulla. Il buio più totale.
Ma tanto era bastato a farlo ricordare per sempre.

Ernesto invece non aveva mai fatto nulla di memorabile, tranne quella volta che decise di pagare un giro di crodino a tutti gli amici del bar. Fu un gesto talmente inaspettato che ancora gli anziani ne parlano.

Ernesto si armò di buona volontà e disse: “Bene, ora che lavoro in un’agenzia pubblicitaria dimostrerò a tutti di cosa sono capace!”.
Ma non successe un granché.
Fino a che, proprio allo scadere dei suoi sei mesi di contratto a progetto, si trovò sulla scrivania un brief a cui non poteva credere.

Biscotti Cossutta.

Il brief, scritto direttamente dal Direttore Marketing della Cossutta, era a dir poco spiazzante.

“I nostri biscotti non sono buoni. Sanno di segatura mista a truciolato: siamo sul mercato dal 1921 quindi è inutile che ci nascondiamo dietro a un dito. In tutti questi anni, abbiamo cercato di cambiare più volte la ricetta originale ma c’è sempre qualche competitor che ci supera in bontà. Così ormai ci abbiamo rinunciato.
L’unico vero plus che ci rende unici è la leggerezza.
I Biscotti Cossutta hanno DAVVERO zero grassi: sono talmente pieni di ingredienti naturali che non hanno alcun sapore. Sono buonissimi per il corpo ma immangiabili per lo spirito.
Serve una campagna che ci rilanci per ciò che siamo: biscotti leggerissimi ma che non sanno di niente. Il target sono le modelle golose: una nicchia in espansione. Come possiamo comunicarlo? Attendo una vostra proposta vincente per mercoledì.”

Brief passato giovedì mattina.

Visto il tempo esiguo, solo un colpo di genio avrebbe salvato la situazione, l’immagine dell’azienda dolciaria, il cliente e il contratto di Ernesto. Tutto insieme.
E fu allora che Ernesto lo ebbe. Ebbe il colpo di genio. Ebbe l’illuminazione.

Biscotti Cossutta. Leggermente buoni.

Era una head talmente brutta che al cliente piacque così com’era, per la sua semplicità, la sua franchezza, per il tono amichevole ma serio e istituzionale.

Ernesto si sentì importante. Ma, cosa ancora più importante, si sentì un vincente.
Firmò la campagna e conobbe una modella golosa che lo apprezzò per la sua semplicità, la sua franchezza, per il tono amichevole ma serio e istituzionale.
A lei non interessava se Ernesto non sapeva cucinare e non sapeva distinguere il vino buono da quello cattivo; non sapeva dipingere e non sapeva fare fotografie; non sapeva scrivere né leggere bene come fanno i giornalisti alla TV; non sapeva far di conto né guidare, né andare in bicicletta, né fare il caffè con la moca.
Ernesto era un pubblicitario. Uno di quelli che fa la pubblicità.
Uau.
E vissero tutti felici e contenti e ricchi e famosi.

Per una settimana.
Poi, Ernesto lasciò la modella e la pubblicità per aiutare il fratello in pizzeria. Perché va bene la botta di culo, però non è che ti può sempre andare tutto bene. Eh!

La vita non è mica una fiction.
Altrimenti avremmo avuto, in ordine di apparizione:

il cugino di Riccardo Scamarcio, nel ruolo di Ernesto
Elio Germano, nel ruolo del fratello di Ernesto
Laura Chiatti, nel ruolo della ex
Sergio Castellitto, nel ruolo del Direttore Creativo
Francesco Pannofino, nel ruolo del Cliente
Cristiana Capotondi, nel ruolo della modella golosa
Anna Valle, nel ruolo della mamma della modella che vive ancora negli anni ‘50
Ezio Greggio, nel ruolo di se stesso.

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E la storia sarebbe finita con Ernesto che viene insignito dell’ambrogino d’oro dal sindaco di Milano (Neri Marcorè o Enrico Bertolino, sto ancora aspettando la risposta dai loro agenti).

Lutile

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Brandisi! – Analisi soft sui soft drink.

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Quanto dipendiamo dalle bibite gassate, dai drink colorati e pieni di bollicine?

Tanto.
Perché sono dolci, zuccherini, zuccherati, caramellosi, esotici, persino dietetici. Insostituibili, in alcuni casi. (“Dolci” l’ho già scritto?)

Ricercatori e scienziati consumano la loro vita nei laboratori dei grandi marchi del food’n’beverage per trovare sempre un accento diverso, un sapore nuovo, un profumo goloso alla bibita. Potrebbero concentrarsi sulla cura del cancro ma no, non lo fanno. La Coca paga di più.
Tanto si muore tutti, prima o poi.

Così, mi viene da chiedere: quante Cole conosciamo?
E di quante abbiamo ancora in mente il sapore, ma non troviamo più in commercio nemmeno una lattina?
Facciamo allora una panoramica, per ricordare insieme i soft drinks che ci hanno fatto prudere il naso fin dal primo sorso, ruttare beatamente, ci hanno solleticato l’appetito o, più semplicemente, fatto digerire una pizza gommosa.

Coca Cola.
Lei. L’unica. L’inimitabile. Il benchmark di riferimento.
Alcuni (me compreso) dicono che la ricetta sia cambiata da quella degli anni ‘80-‘90. Ora forse sa più di limone. Ma rimane la bibita per eccellenza, quella che chiedi al bar, quella che trovi al ristorante, quella che sicuramente comperi da portare alla festa di compleanno di un amico. Per non fare figure di merda con le sottomarche.

Si può personalizzare la lattina della Coca col proprio nome. O nomignolo. O nickname. Ma questa è già storia, ormai.
Si ricordano anche:
Coca Senza Caffeina: insulsa.
Coca Light: alla fine, ti fa venire il vomito.
Coca Zero: ricetta geniale. Ma lo zucchero, in fondo, ti manca.
Coca Cola Life: Ultima nata in casa Coca Cola. Tutto uguale, cambia l’etichetta (verde): l’unica vera svolta dalla ricetta classica. E non ditemi che è più naturale perché non ci credo.

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Pepsi Cola.
L’eterna seconda.
Molto dolce, forse troppo, dicono alcuni. Per quanto abbia cercato di sfondare il mercato con pubblicità spettacolari e testimonial d’eccezione, dopo essere stata la responsabile del parrucchino di Michael Jackson e del rilancio di Britney Spears, non ce l’ha fatta. Almeno, in Europa.
Si ricordano anche:
Pepsi Light: mai provata. Leggera è anche la voglia di testarla.
Pepsi Twist: il canto del cigno. Se l’aroma non va, tu aggiungici il limone. Trucchi del medioevo per coprire i sapori che non piacciono.
Pepsi Boom: senza caffeina. Non so perché si chiami “Boom”, dato che non ha mai fatto il botto.

E, attenzione, la Crystal Pepsi!
Mai giunta in Europa, la Crystal era la Pepsi senza caffeina con un sapore nuovo e più fresco, solo per il mercato americano. No, mettete giù le valigie: la produzione si è interrotta alla fine degli anni ’90 perché “non vendeva”. I maggiori social network sono pieni di nostalgici che la rivorrebbero. Hanno tentato persino un rilancio negli Usa ma tutto si è risolto in un misero Deja-Vu.

Ecco un’imbarazzante long version dello spot della Crystal Pepsi (anno 1993). Baywatch è dietro l’angolo:

Poi, ci sono le “bianche”:

Sprite.
Proprietario: Coca Cola. Una volta era buona. Adesso ascolta troppo la mia sete. E non si fa i cazzi suoi.

SevenUp.
Proprietario: Pepsi Cola. Rimane la migliore, sia come gusto che come brand. Tutti la amiamo. Sembrava sparita con gli anni ’80, ed invece…

Le aranciate:
Fanta.
La leader. In tutte le sue versioni: amara, rossa, verde, ecc…

Slam.
La Fanta della Pepsi, praticamente. Il suo nome nasce dal suono che hanno fatto le porte del successo quando l’hanno vista entrare nel mercato mondiale.

La San Pellegrino e mille altre. Tutte con più o meno succo di arancia.
A me sembra sempre di bere la tachipirina, quindi non proseguo nell’analisi.

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Per finire, le eroine:

Ben Cola.
Ma chi se la ricorda? Cazzo, darei il rene destro per riassaggiarla (anche perché il sinistro l’ho perso bevendola). Ogni tanto si trova ancora nei discount. Rendiamo giustizia ad un soft drink che ci ha fatto crescere forti e risparmiare i soldi sulla spesa del supermercato.

Mediolanum Cola.
Pare che fosse il tentativo di Berlusconi di conquistare anche il mercato dell’Alimentare. Fallito.
Se è così, sono contento.
Ma se ciò non fosse vero, potrei piangere. Un altro pezzo di storia che non c’è più!

One-O-One.
Nemmeno le comparsate studiate nelle puntate dei Ragazzi della 3C l’hanno salvata dall’oblio. E’ sparita come neve al sole. Di cosa sapeva? Di chinotto?

Virgin Cola.
Non pervenuta.

Spuma e Spuma Rossa.
Bivio: se la ordini al bancone della bocciofila, sei un figo. Se la metti nel carrello, sei uno sfigato. Punto.

Ne mancherebbero altre, ma basta così.
Era giusto un assaggio.

Lutile
Questo post è stato pubblicato anche su Poporama.it, un blog che rinascerà. Prima o poi.

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MarkeKing. La comunicazione di Burger King.

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Per me che sono italiano da generazioni, è stato difficile accettare che un marchio dal nome alieno come McDonald’s si mangiasse piano piano tutti i Burghy dove avevo speso l’adolescenza ad ordinare Chicken Dorè.

Non vi dico come ho reagito anni fa, quando vidi per la prima volta che, a fianco del logo con la M d’oro, si stava facendo largo un altro fast-food: il Burger King.
Ero a dir poco indignato.
Io, che non avevo nemmeno fatto in tempo a mangiare un hamburger da Wendy’s in piazza Argentina a Milano, vicino a Loreto, perché me lo avevano chiuso subito. La prima vittima di Ronald McDonald sul suolo italico che i nostri libri di storia ricordino.

Poi, col tempo, ho dovuto farmene una ragione. E, complici le nuove tecnologie, questi marchi hanno saputo farsi amare anche in Italia, anno dopo anno.

Ultimamente, Burger King è uscita con due progetti social che denotano un’intelligenza (ed un coraggio) non indifferenti. Parlo delle agenzie, ovviamente.
Ma il cliente ha almeno il pregio di averle accettate.

CREATIVITÀ 1. – Fuori in 60 secondi.

La prima è Whopper Sellout, un’operazione di chi si gioca tutto.
Tramite un pagina web collegata a Facebook, Burger King chiede ai fan di rispondere ad una semplice domanda: ci ami, oppure no?
Tutto questo perché, tra le migliaia di fan della Pagina Facebook ufficiale del brand, si nascondono tantissimi McLovers pronti a rovinare ogni giorno la reputazione del King.

Chi clicca NO in tutta onestà, viene bandito a vita dalla pagina e riceve, come compenso, addirittura un buono per un BigMac da McDonald’s.
Il premio per chi resta sulla pagina, invece, è quello di poter riscoprire una brandpage piena di sinceri amanti di Burger King, più partecipativi, più propositivi, più attenti alle novità che il social media manager propone giorno dopo giorno. Risultato? Un forte incremento di genuina interazione (almeno quella!). E un pubblico più grato per le offerte caricate.

Ecco il video che spiega l’operazione:

Guarda il video dell'operazione >>

Guarda il video dell’operazione >>

Resta solo da chiedersi: quanto mai potrà durare l’effetto benefico di una simile epurazione?
Probabilmente, questa autodifesa nel breve periodo può pagare. E anche molto.
Ma nel lungo periodo? La community non tornerà forse a guastarsi? E allora, cosa si farà?
Probabilmente saranno cazzi della nuova agenzia che nel frattempo avrà preso Burger King come cliente.

CREATIVITÀ 2. – Fast & Genius

L’altra idea degna di nota è riassumibile in ben 64 Pre-roll, cioè in quei piccoli spot pubblicitari da 15 secondi che precedono i video più visti su YouTube.
Non tutti si possono skippare e, per questo motivo, sono più odiati di uno sceneggiatore comunista negli Stati Uniti degli anni 50.
Come rendere positivi questi inevitabili muri tra noi e il video desiderato? Semplicemente ammettendo che sono odiosi.
Solo così si conquisterà la simpatia degli utenti finali e, tra uno scherzo e l’altro, si riuscirà a piazzare il menù speciale a 5 dollari. E via. I 15 secondi sono finiti.

Guarda il video.

Guarda il video.

Non è meravigliosamente semplice? Non è maledettamente geniale? Non è una cosa che avremmo potuto pensare tutti? Certo! È per questo che la amiamo!

Perché la pubblicità che colpisce di più, quella che ti fa riflettere sul prodotto, è fatta di ragionamenti semplici, inossidabili. Non banali o ritriti, ma chiari e lampanti.
Insomma, sono le pubblicità che ti parlano, e non che parlano e basta.

Chissà cosa avrebbe fatto Burghy, se solo ci fosse stato Facebook.
Forse, una pacifica guerra contro i colossi americani?

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BURGHY. IL TUO FAST FUD.

Ecco, questo sarebbe stato un titolo coraggioso.
Fanculo lo spelling inglese: siamo italiani a cui piace fare gli americani. Questo è il plus di prodotto!
Perché io, i cetrioli nei burger di Burghy, non li ho mai trovati.

Lutile

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Mai dire mail.

Amici, anche il Lutile ha finalmente un indirizzo e-mail: lutileidiota@gmail.com

Come mai ho aspettato fino ad oggi, per crearne uno?
Non lo so è la risposta.

Forse perché pensavo che non lo avrei mai fatto.
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Beh, se vorrete scrivermi in privato, ora sapere dove imbucare la lettera.

Saluti!
Lutile

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