33. Le lettere segrete (sulla pubblicità) di Van Gogh. XXXIII episodio

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YOMO SAPIENS.

Grillo

Lungi da me parlare di politica. Lo faccio solo quando sono ubriaco.

Vorrei parlare di Beppe Grillo.
Ma non dell’agitatore di folle, fondatore del Movimento 5 Stelle nonché ideatore del V-day.

Vorrei parlarvi del brillante testimonial di niente popò (è il caso di dirlo) di meno che: lo yogurt YOMO.
Ecco, quel Grillo lì.
Chi è che se lo ricorda? Prima ancora di Alessia “intestino regolare” Marcuzzi, c’era lui.
Parlava di fermenti lattici, mirtilli e latte magro con una scioltezza che nemmeno Marco Van Basten in area di rigore.
Ma lungi da me parlare pure di calcio. Non so nulla sull’argomento, rischierei l’autogol.

Facciamo quindi un salto al giovane Grillo, quello che lavorava in TV, e allo yogurt YOMO.

Vediamoci assieme un’ottima selezione di spot anni 80, con un Beppe Grillo in formissima (e non per merito del bifidus actiregularis):

Da notare che la scelta del Brand YOMO non fu quella di parlare di sé, delle caratteristiche del proprio prodotto, bensì di farsi trainare dalla simpatia di una delle star più amate a quel tempo.
Tanto bastava. Se alla gente piaceva Grillo, sarebbe piaciuto anche lo yogurt.
Fine della strategia.

Mi immagino il copywriter fregarsi le mani nella trepidante attesa di buttare giù uno script da cucire addosso ad un comico.
Un sogno. “Non voglio nemmeno nominarlo, il prodotto! Pensiamo a divertirci!”

Certo: uno come Beppe Grillo, sai cosa poteva fare del tuo script, mio caro copy degli anni ottanta? Se lo prendeva, lo piegava almeno 12 volte così da infilarlo sotto la gamba più corta del suo tavolo in cucina e poi ti telefonava dicendoti che l’aveva letto, ti faceva pure i complimenti, ma che voleva sistemare comunque due o tre cose in croce. In pratica, te lo riscriveva.
Ma a te sarebbe andato bene lo stesso, perché se andava bene alla YOMO, allora andava bene anche all’agenzia. E quindi, anche a te.

Vedere Beppe Grillo lì, tutto sorridente e nel fiore degli anni, mi ha gettato addosso la nostalgia dei tempi andati.
Non è retorica: i politici del tempo (Craxi su tutti, che poi firmò l’allontanamento del comico dalla Rai e quindi dalla TV, per sempre) erano in buona sostanza molto simili a quelli di oggi.

Quelli diversi eravamo noi, gli italiani del Drive In e di Fantastico.
Eravamo più spensierati, più ricchi, più creativi, più stimolati dalle nuove scoperte tecnologiche, dai nuovi mestieri che stavano nascendo in quegli anni. Eravamo incoscienti e felici di esserlo. Pensavamo di aver capito tutto del futuro, anche se il presente dimostra che non avevamo capito un cazzo.

E ci arrabbiavamo sul serio quando scoprivamo che la classe politica era corrotta. Perdevamo le staffe a tal punto da lanciare monetine contro gli individui che noi stessi avevamo votato.
Ora non riusciamo nemmeno a trascinare un senatore indagato al suo processo.

Da cosa ero partito? Ah sì, lo yogurt.
E com’è che sono arrivato a parlare di politica?
Boh, saranno stati i fermenti lattici. O forse l’ammazzacaffè del dopo pranzo.

Anche se quel misto di amarezza e tenerezza, quella malinconia liquida per i tempi andati e che non tornano, assomiglia tanto all’emozione che ti raggiunge solo dopo il quarto bicchiere di vino, e la stanza comincia a girare e ti viene da chiudere gli occhi e da piangere e ridere insieme.

Per la cronaca, non ho mai votato Grillo: sarà forse per quell’errore di grammatica sulla copertina del suo debutto discografico.
Lutile

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Una Case History di successo: Melissa Satta su Instagram.

Melissa Satta scrive un sms al Lutile Idiota

I commenti a cose o persone sono tratti da una storia vera.

So per certo che molti Social Media Manager, per restare aggiornati sulle dinamiche comportamentali degli utenti sui social network, si studiano grafici incomprensibili e noiosissime ricerche di altri Social Media Manager. Senza contare le ore passate a commentare, con post politically correct, le pagine di oltre 90 brand diversi.

Solo così, pensano, si può delineare con successo il profilo del target di riferimento e scatenare la strategia. Anzi la strategy, scusate.

Ma posso assicurare che c’è un altro metodo, meno scientifico ma altrettanto valido, per ottenere uno specchio della realtà social italiana senza margini di errore: farsi un giro su Instagram.

Ma non un giro qualunque. Un giro sul profilo di Melissa Satta.

La decisione di portare come esempio il profilo della show girl, nasce dopo due inattaccabili considerazioni:

1 – l’indiscutibile quantità di dati che accompagna questa analisi speculativa;
2 – l’intramontabile legge secondo la quale una bella ragazza porta sempre ad un brusco innalzamento. Degli accessi al blog.

Il 15 Marzo 2013, Melissa Satta pubblica questo scatto attraverso il suo profilo Instagram ufficiale con un solo hashtag: #gym. E nient’altro.

la Satta non fa foto per Lutile Idiota

Si apre il caso.
Leggendo i commenti degli instagramers all’ultima foto caricata dalla Satta, emergono ritratti social di una chiarezza tale che valgono come un Master di Web Marketing alla Cambridge University.

Vediamone insieme alcuni, quelli più importanti (scelti tra oltre 40 post inseriti in meno di un’ora e mezza), che serviranno come base per il prossimo corso di specializzazione allo IULM, senza ombra di dubbio.

Scopriamo quindi che è possibile delineare ben 18 profili-tipo diversi:

Il poeta neoromantico: “Splendida creatura.”

L’oggettivo: “Atletica” (Perché quando va detto, va detto)

Il raffinato: “Che stacco!”

Il feroce critico fashion victim: “Hai la sciarpa e poi ti metti il pantajazz al ginocchio?” (Non si fa!)

Il docente: “Voto: 1000” (Al diavolo la vecchia scala da 1 a 10!)

L’amica del cuore tilovvotantomasottosottovorreiprendereiltuoposto: “Fantastica la nostra Mely!!!!”

Il concreto: “Stica…” (Perché per farsi capire, non servono tante parole)

L’internazionale. “Breathtaking!”

Il fetish: “Come invidiare una maniglia di un ascensore!”

L’irrequieto, amante della punteggiatura selvaggia: “Va bho… Ma perché devi mettere ste foto??? @sattamelissa” (Con tag, per chiarire il concetto)

Il timido porcone: “C’è un mio amico che vorrebbe essere il rubinetto del tuo bidet.” (Un genio, NDR)

La buona: “Sempre bella, tu.”

La cattiva: “Fai fatica Mely.”

L’esperto: “Rassodati il culo che non ne hai più! @sattamelissa” (E vai col tag)

Il garbato: “Nulla di porno stavolta… MA TANTA ROBA!” (Perché sapersi controllare è tutto)

Il medico: “Che linea. Oltre la palestra, che dieta fai?”

L’educato: “Salve…” (Bravo, prima i saluti)

Il diretto: “Sono un giocatore di prima categoria e non gioco nel Milan, posso trombarti” (Senza punto di domanda, perché non vi siano dubbi fra ipotesi e possibilità)

È quindi con estrema soddisfazione che chiudo questo studio sul Social Media Management.
Spero vi sia servito davvero, Satta ogni punto di vista.

E saluto con affetto la signorina Melissa, che sicuramente conosce i prodotti per cui realizzo le pubblicità ma che continuerà ad ignorare chi sia io, con buona pace del sottoscritto.

Lutile.

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Torno tra un Moment. In capsule.

moment Lutile

Amici, vicini e lontani: tornerò.
Ve lo prometto!

In questo momento sono così schiacciato dalle molteplici gare (tutte in contemporanea) della new wave della pubblicità italiana, che nemmeno un mediano in una mischia a Rugby!
Ma tornerò presto, per chi vorrà (e saprà) aspettare.

Nel frattempo, vi lascio con una incredibile domanda.
Dopo aver interpretato con tanto impegno pellicole del calibro di “Yuppies”, secondo voi, Jerry Calà, è diventato davvero un copywriter?

No, perché dopo aver visto l’ultima pubblicità del Moment, qualche dubbio mi è venuto sul serio.
Solo lui, con l’irresistibile fascino di chi sa prendere e prendersi in giro, potrebbe chiudere lo script dello spot in quella maniera.
O lui, o Ezio Greggio dei tempi d’oro. Quello del Drive In, per capirci.

Se invece si venisse a scoprire che ciò non fosse vero, vi prego, lasciatemelo supporre.
Supporre, anzi: “supposte”!

Grasse risate.
Applausi.
Buio.
Sipario.
Pubblicità.

Appunto.

Sigh.

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32. Le lettere segrete (sulla pubblicità) di Van Gogh. XXXII episodio

ho iniziato a fumare la pipa elettronica

Milano, Gennaio 1886.

Caro Theo,
buon anno!

Come sta mamma? Come sta papà? E tu, fratello mio adorato, come stai?

Qui in Italia, a me, va male.
C’è crisi.

C’è così tanta crisi che ho iniziato a fumare la pipa. Elettronica.
C’è così tanta crisi che continuo a chiedermi allo specchio quale misterioso motivo mi abbia spinto a trasferirmi, fra tutti i Paesi dell’Europa, proprio in Italia.

Forse il caldo? Oggi nevica.
Forse le donne? Sono tutte fidanzate.

Forse il fatto che l’Italia, prima, fosse una monarchia? Sicuramente no. Anzi, io stesso ti esorto a richiedere a gran voce la Repubblica d’Olanda e a scacciare tutti quei politici affiliati alla corona che inquinano la democrazia.

Guarda qui in Italia: i politici sono così liberi che possono partire da una piccola TV regionale e aspirare a convincere tutto il Paese di essere in grado di fare il Presidente del Consiglio.
Questa è libertà di stampa, caro mio!

Ma sai qual è la cosa triste? È che gli Italiani non sanno quanto sono fortunati e quasi ho l’impressione rivogliano indietro il Re.
Questa conclusione l’ho raggiunta dopo aver osservato un poco di TV di Stato e una convincente pubblicità passata in onda non troppo tempo fa.

Vorrei che la guardassi anche tu. Ecco il link:
(“Cos’è un link?”, ti chiederai. Ti rispondo subito: il link è quella striscia di testo dalla quale si può raggiungere un nuovo contenuto. Ti basta prendere un topo – vai in soffitta: ce ne sono tantissimi – e premere il suo muso sopra la striscia di testo. Ti apparirà un video, in questo caso. “E cos’è la TV?” ti starai chiedendo. “Guarda qui sotto, che facciamo prima!” ti rispondo io).

Ti posso assicurare, fratello mio, che dopo averla vista i miei occhi si sono seccati, il mio apparecchio televisivo è andato in frantumi e qualche creativo si è suicidato.

La scelta delle parole, del testimonial, della musica vogliono dire solo una cosa: l’agenzia odiava il prodotto. E ha fatto di tutto per ridicolizzarlo.

Ora, caro fratello, mi resta solo un dubbio: e se l’avessero fatto seriamente?

Se seriamente hanno pensato che il figlio spiantato di un ex regnante potesse avere fascino, se erano convinti che la similitudine col sesso (Dio mi perdoni) fosse un plus di prodotto e la storia dello spot si reggesse in piedi, allora ti dico: torno a fare il pittore.

Fare l’art director in un’agenzia di pubblicità è più duro del muro contro cui si schiantò zio Friedrich col calesse dopo aver bevuto quattro litri di birra artigianale senza ruttare per scommessa.

Continuiamo a fare gare, ad ogni ora del giorno e della notte.

Se ci sono piccole agenzie che sfornano questi capolavori, allora dimmi: dove si allocano?

Cosicché io possa raggiungerle e passare il resto della mia misera esistenza felice, senza preoccupazioni e sensi di colpa, senza fatiche e dolori. Senza lacrime, né sorrisi.
Ma in un eterno stato catatonico dal quale svegliarmi, di tanto in tanto, per andare a defecare, avendo avuto cura di annunciarlo prima a tutti perché se ne possa ridere insieme.
Che bellezza.

Ti voglio bene.
Ti stringo forte, fratello mio, come stringerei a me il Principe della risata. Ma con un altro intento.

Vincent.

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Idiotagram. Un post su Instagram, scritto senza filtri.

Come tutti ben sapranno, anni fa qualcuno inventò una diavoleria destinata a cambiare il mondo: la “macchina fotografica”.

Tempo dopo, qualcun altro ha pensato bene di inventare “Instagram”.

Immagino che siano davvero pochi gli sprovveduti che non sanno ancora cosa sia questo forestiero.
In ogni caso, avrei da dire un paio di cosette.

“Instagram” sarebbe anche un social network piacevole se la gente non lo utilizzasse per fare l’artista.
Su “Instagram”, infatti, non si caricano le foto e basta.
Le foto vengono maneggiate, contrastate, tagliate ed infine filtrate. E solo dopo, vengono caricate.

Il risultato è falsato, a parer mio. E non è corretto.

Tutti si sentono dei grandi fotografi, ed è un grave danno per l’umanità.
Se non ci fossero i filtri di “Instagram”, la gente si renderebbe conto subito di che schifo di foto fa.
Ma quali sono? E come funzionano? Eccovene descritti alcuni:

Normal. Cioè, senza filtro. Per i più coraggiosi. Per quelli che pensano che il loro scatto sia già meraviglioso così com’è, e non hanno bisogno di altro. Consigliato per foto notturne: peggio di così non possono certo venire; quindi, è inutile perdere tempo con i trattamenti.

Amaro. Dedicato a chi fa foto calde ed accoglienti ma poi se ne pente. E cerca di raffreddare tutto con questo filtro. Purtroppo il risultato è a dir poco straniante, tipo “Gattino che prende il sole in un salotto avvolto nella nebbia padana delle 5 del mattino.”

Rise. Finalmente, uno schiarente. Se hai fatto una foto che pensi sia bella ma ti rendi conto (ed è già qualcosa) che manca la luce, ecco il filtro per te! Risultato: una passeggiata notturna. Alle due del pomeriggio.

X Pro II. Studiato per chi vede una cosa, la fotografa e poi si rende conto che i colori nella foto non sono quelli della realtà. E cerca disperatamente di riottenerli con questo filtro. Tanto vale chiudere gli occhi e farsi un acido.

Lo-Fi. Praticamente è un X PRO II al cubo. Dedicato a chi non si accontenta di un acido, ma gradirebbe anche berci sopra un goccetto.

Earlybird. Fatto apposta per chi fa foto così ispirate da sentire persino il bisogno di appiccicarvi sopra un’aurea sbiadita di sognante passato. Risultato: “Un Booster con la marmitta truccata. Negli anni 20.”. Nemmeno Marty McFly oserebbe tanto.

Sutro. Detto anche “darkness is coming”. Usato da chi fa una foto sovraesposta e pensa di sistemarla con questo filtro scurente. Risultato: una spiaggia affollata di bagnati che si spalmano creme solari dopo il tramonto.

Toaster. Filtro davvero curioso: crea una macchia bruciata rossastra nel mezzo dell’immagine caricata. Chi lo usa, pensa di mettere così in risalto il soggetto al centro. In realtà, non fa altro che bruciarlo a tal punto da non renderlo più visibile. Che artista! Risultato: “Il viso della mia ragazza è esploso mentre le facevo una foto. Ora sono in terapia.”.

Inkwell. Bianco e nero. Sembra semplice. Eppure, si riescono a combinare danni inimmaginabili con un semplice filtro di bianco e nero. Per esempio: “WOW! La nuova collezione 2012-2013: ecco i colori della prossima estate!”. E poi, una foto per daltonici.

1977. Che bello poter tornare indietro nel tempo, quando le foto erano quadrate con un bordino bianco, e i colori dominanti erano il seppia ed il mattone. Peccato che si appiattiscano tutte le sfumature. Ma questo, agli artisti, non interessa! Perciò ora si vedono splendide ragazze in costume che escono da un mare di merda marrone.

Kelvin. Dirò soltanto “Nagasaki, 9 Agosto 1945: io c’ero.”.

Ehm…
dove eravamo rimasti? Ah, sì!

Come tutti ben sapranno, anni fa qualcuno inventò una diavoleria destinata a cambiare il mondo: la “macchina fotografica”.

L’amico di questo qualcuno disse: “Ma è difficile da usare! Come faccio io, che non sono capace di fare nemmeno uno scatto decente?”
E quello rispose: “Aspetta due secoli che arriva la telefonia mobile.”
“La tele… che??”
“Lascia perdere.”

Lutile.

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