Ernesto. Una storia vera.

milano piazza del duomo

C’era una volta un uomo che si chiamava Ernesto e non era capace di fare niente.

Non sapeva cucinare e non sapeva distinguere il vino buono da quello cattivo; non sapeva dipingere e non sapeva fare fotografie; non sapeva scrivere né leggere bene come fanno i giornalisti alla TV; non sapeva far di conto né guidare, né andare in bicicletta, né fare il caffè con la moca. Non sapeva preparare la carbonara e, cosa ancora più grave, non sapeva caricare la foto della carbonara su Instagram.

Insomma, era perfetto per lavorare alle Poste.

Ma egli decise che doveva comunque dimostrare alla sua ex che dentro di sé nascondeva un grande talento che nessuno aveva mai scoperto, lui per primo.

Così decise di fare il creativo di un’agenzia pubblicitaria.
Finì a lavorare in una piccola agenzia di provincia, una di quelle che si chiamano con cinque cognomi di fila (una cosa tipo: MarchiFranzettiSalviLussu&Mother – uno straniero ci deve essere per forza che fa figo)

Il direttore creativo era un mezzo genio che non sapeva fare niente, come Ernesto. Solo che, nei primi anni ottanta, proprio nella golden age della pubblicità e delle diete macrobiotiche, a lui una cosa era riuscita: aveva firmato il payoff di una marca di dolcetti alla crusca:
Biscotti Cossutta. Fai la cacca, falla tutta.

Era stato un successo.

Vi erano state citazioni al Drive In, magliette dell’Azienda Dolciaria Cossutta stampate in Bangladesh, volantini e una piccola parte in un grande film italiano candidato a Cannes per l’attore che prestò la voce al payoff aziendale.

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Poi, più nulla. Il buio più totale.
Ma tanto era bastato a farlo ricordare per sempre.

Ernesto invece non aveva mai fatto nulla di memorabile, tranne quella volta che decise di pagare un giro di crodino a tutti gli amici del bar. Fu un gesto talmente inaspettato che ancora gli anziani ne parlano.

Ernesto si armò di buona volontà e disse: “Bene, ora che lavoro in un’agenzia pubblicitaria dimostrerò a tutti di cosa sono capace!”.
Ma non successe un granché.
Fino a che, proprio allo scadere dei suoi sei mesi di contratto a progetto, si trovò sulla scrivania un brief a cui non poteva credere.

Biscotti Cossutta.

Il brief, scritto direttamente dal Direttore Marketing della Cossutta, era a dir poco spiazzante.

“I nostri biscotti non sono buoni. Sanno di segatura mista a truciolato: siamo sul mercato dal 1921 quindi è inutile che ci nascondiamo dietro a un dito. In tutti questi anni, abbiamo cercato di cambiare più volte la ricetta originale ma c’è sempre qualche competitor che ci supera in bontà. Così ormai ci abbiamo rinunciato.
L’unico vero plus che ci rende unici è la leggerezza.
I Biscotti Cossutta hanno DAVVERO zero grassi: sono talmente pieni di ingredienti naturali che non hanno alcun sapore. Sono buonissimi per il corpo ma immangiabili per lo spirito.
Serve una campagna che ci rilanci per ciò che siamo: biscotti leggerissimi ma che non sanno di niente. Il target sono le modelle golose: una nicchia in espansione. Come possiamo comunicarlo? Attendo una vostra proposta vincente per mercoledì.”

Brief passato giovedì mattina.

Visto il tempo esiguo, solo un colpo di genio avrebbe salvato la situazione, l’immagine dell’azienda dolciaria, il cliente e il contratto di Ernesto. Tutto insieme.
E fu allora che Ernesto lo ebbe. Ebbe il colpo di genio. Ebbe l’illuminazione.

Biscotti Cossutta. Leggermente buoni.

Era una head talmente brutta che al cliente piacque così com’era, per la sua semplicità, la sua franchezza, per il tono amichevole ma serio e istituzionale.

Ernesto si sentì importante. Ma, cosa ancora più importante, si sentì un vincente.
Firmò la campagna e conobbe una modella golosa che lo apprezzò per la sua semplicità, la sua franchezza, per il tono amichevole ma serio e istituzionale.
A lei non interessava se Ernesto non sapeva cucinare e non sapeva distinguere il vino buono da quello cattivo; non sapeva dipingere e non sapeva fare fotografie; non sapeva scrivere né leggere bene come fanno i giornalisti alla TV; non sapeva far di conto né guidare, né andare in bicicletta, né fare il caffè con la moca.
Ernesto era un pubblicitario. Uno di quelli che fa la pubblicità.
Uau.
E vissero tutti felici e contenti e ricchi e famosi.

Per una settimana.
Poi, Ernesto lasciò la modella e la pubblicità per aiutare il fratello in pizzeria. Perché va bene la botta di culo, però non è che ti può sempre andare tutto bene. Eh!

La vita non è mica una fiction.
Altrimenti avremmo avuto, in ordine di apparizione:

il cugino di Riccardo Scamarcio, nel ruolo di Ernesto
Elio Germano, nel ruolo del fratello di Ernesto
Laura Chiatti, nel ruolo della ex
Sergio Castellitto, nel ruolo del Direttore Creativo
Francesco Pannofino, nel ruolo del Cliente
Cristiana Capotondi, nel ruolo della modella golosa
Anna Valle, nel ruolo della mamma della modella che vive ancora negli anni ‘50
Ezio Greggio, nel ruolo di se stesso.

pannofino

E la storia sarebbe finita con Ernesto che viene insignito dell’ambrogino d’oro dal sindaco di Milano (Neri Marcorè o Enrico Bertolino, sto ancora aspettando la risposta dai loro agenti).

Lutile

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Brandisi! – Analisi soft sui soft drink.

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Quanto dipendiamo dalle bibite gassate, dai drink colorati e pieni di bollicine?

Tanto.
Perché sono dolci, zuccherini, zuccherati, caramellosi, esotici, persino dietetici. Insostituibili, in alcuni casi. (“Dolci” l’ho già scritto?)

Ricercatori e scienziati consumano la loro vita nei laboratori dei grandi marchi del food’n’beverage per trovare sempre un accento diverso, un sapore nuovo, un profumo goloso alla bibita. Potrebbero concentrarsi sulla cura del cancro ma no, non lo fanno. La Coca paga di più.
Tanto si muore tutti, prima o poi.

Così, mi viene da chiedere: quante Cole conosciamo?
E di quante abbiamo ancora in mente il sapore, ma non troviamo più in commercio nemmeno una lattina?
Facciamo allora una panoramica, per ricordare insieme i soft drinks che ci hanno fatto prudere il naso fin dal primo sorso, ruttare beatamente, ci hanno solleticato l’appetito o, più semplicemente, fatto digerire una pizza gommosa.

Coca Cola.
Lei. L’unica. L’inimitabile. Il benchmark di riferimento.
Alcuni (me compreso) dicono che la ricetta sia cambiata da quella degli anni ‘80-‘90. Ora forse sa più di limone. Ma rimane la bibita per eccellenza, quella che chiedi al bar, quella che trovi al ristorante, quella che sicuramente comperi da portare alla festa di compleanno di un amico. Per non fare figure di merda con le sottomarche.

Si può personalizzare la lattina della Coca col proprio nome. O nomignolo. O nickname. Ma questa è già storia, ormai.
Si ricordano anche:
Coca Senza Caffeina: insulsa.
Coca Light: alla fine, ti fa venire il vomito.
Coca Zero: ricetta geniale. Ma lo zucchero, in fondo, ti manca.
Coca Cola Life: Ultima nata in casa Coca Cola. Tutto uguale, cambia l’etichetta (verde): l’unica vera svolta dalla ricetta classica. E non ditemi che è più naturale perché non ci credo.

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Pepsi Cola.
L’eterna seconda.
Molto dolce, forse troppo, dicono alcuni. Per quanto abbia cercato di sfondare il mercato con pubblicità spettacolari e testimonial d’eccezione, dopo essere stata la responsabile del parrucchino di Michael Jackson e del rilancio di Britney Spears, non ce l’ha fatta. Almeno, in Europa.
Si ricordano anche:
Pepsi Light: mai provata. Leggera è anche la voglia di testarla.
Pepsi Twist: il canto del cigno. Se l’aroma non va, tu aggiungici il limone. Trucchi del medioevo per coprire i sapori che non piacciono.
Pepsi Boom: senza caffeina. Non so perché si chiami “Boom”, dato che non ha mai fatto il botto.

E, attenzione, la Crystal Pepsi!
Mai giunta in Europa, la Crystal era la Pepsi senza caffeina con un sapore nuovo e più fresco, solo per il mercato americano. No, mettete giù le valigie: la produzione si è interrotta alla fine degli anni ’90 perché “non vendeva”. I maggiori social network sono pieni di nostalgici che la rivorrebbero. Hanno tentato persino un rilancio negli Usa ma tutto si è risolto in un misero Deja-Vu.

Ecco un’imbarazzante long version dello spot della Crystal Pepsi (anno 1993). Baywatch è dietro l’angolo:

Poi, ci sono le “bianche”:

Sprite.
Proprietario: Coca Cola. Una volta era buona. Adesso ascolta troppo la mia sete. E non si fa i cazzi suoi.

SevenUp.
Proprietario: Pepsi Cola. Rimane la migliore, sia come gusto che come brand. Tutti la amiamo. Sembrava sparita con gli anni ’80, ed invece…

Le aranciate:
Fanta.
La leader. In tutte le sue versioni: amara, rossa, verde, ecc…

Slam.
La Fanta della Pepsi, praticamente. Il suo nome nasce dal suono che hanno fatto le porte del successo quando l’hanno vista entrare nel mercato mondiale.

La San Pellegrino e mille altre. Tutte con più o meno succo di arancia.
A me sembra sempre di bere la tachipirina, quindi non proseguo nell’analisi.

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Per finire, le eroine:

Ben Cola.
Ma chi se la ricorda? Cazzo, darei il rene destro per riassaggiarla (anche perché il sinistro l’ho perso bevendola). Ogni tanto si trova ancora nei discount. Rendiamo giustizia ad un soft drink che ci ha fatto crescere forti e risparmiare i soldi sulla spesa del supermercato.

Mediolanum Cola.
Pare che fosse il tentativo di Berlusconi di conquistare anche il mercato dell’Alimentare. Fallito.
Se è così, sono contento.
Ma se ciò non fosse vero, potrei piangere. Un altro pezzo di storia che non c’è più!

One-O-One.
Nemmeno le comparsate studiate nelle puntate dei Ragazzi della 3C l’hanno salvata dall’oblio. E’ sparita come neve al sole. Di cosa sapeva? Di chinotto?

Virgin Cola.
Non pervenuta.

Spuma e Spuma Rossa.
Bivio: se la ordini al bancone della bocciofila, sei un figo. Se la metti nel carrello, sei uno sfigato. Punto.

Ne mancherebbero altre, ma basta così.
Era giusto un assaggio.

Lutile
Questo post è stato pubblicato anche su Poporama.it, un blog che rinascerà. Prima o poi.

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MarkeKing. La comunicazione di Burger King.

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Per me che sono italiano da generazioni, è stato difficile accettare che un marchio dal nome alieno come McDonald’s si mangiasse piano piano tutti i Burghy dove avevo speso l’adolescenza ad ordinare Chicken Dorè.

Non vi dico come ho reagito anni fa, quando vidi per la prima volta che, a fianco del logo con la M d’oro, si stava facendo largo un altro fast-food: il Burger King.
Ero a dir poco indignato.
Io, che non avevo nemmeno fatto in tempo a mangiare un hamburger da Wendy’s in piazza Argentina a Milano, vicino a Loreto, perché me lo avevano chiuso subito. La prima vittima di Ronald McDonald sul suolo italico che i nostri libri di storia ricordino.

Poi, col tempo, ho dovuto farmene una ragione. E, complici le nuove tecnologie, questi marchi hanno saputo farsi amare anche in Italia, anno dopo anno.

Ultimamente, Burger King è uscita con due progetti social che denotano un’intelligenza (ed un coraggio) non indifferenti. Parlo delle agenzie, ovviamente.
Ma il cliente ha almeno il pregio di averle accettate.

CREATIVITÀ 1. – Fuori in 60 secondi.

La prima è Whopper Sellout, un’operazione di chi si gioca tutto.
Tramite un pagina web collegata a Facebook, Burger King chiede ai fan di rispondere ad una semplice domanda: ci ami, oppure no?
Tutto questo perché, tra le migliaia di fan della Pagina Facebook ufficiale del brand, si nascondono tantissimi McLovers pronti a rovinare ogni giorno la reputazione del King.

Chi clicca NO in tutta onestà, viene bandito a vita dalla pagina e riceve, come compenso, addirittura un buono per un BigMac da McDonald’s.
Il premio per chi resta sulla pagina, invece, è quello di poter riscoprire una brandpage piena di sinceri amanti di Burger King, più partecipativi, più propositivi, più attenti alle novità che il social media manager propone giorno dopo giorno. Risultato? Un forte incremento di genuina interazione (almeno quella!). E un pubblico più grato per le offerte caricate.

Ecco il video che spiega l’operazione:

Guarda il video dell'operazione >>

Guarda il video dell’operazione >>

Resta solo da chiedersi: quanto mai potrà durare l’effetto benefico di una simile epurazione?
Probabilmente, questa autodifesa nel breve periodo può pagare. E anche molto.
Ma nel lungo periodo? La community non tornerà forse a guastarsi? E allora, cosa si farà?
Probabilmente saranno cazzi della nuova agenzia che nel frattempo avrà preso Burger King come cliente.

CREATIVITÀ 2. – Fast & Genius

L’altra idea degna di nota è riassumibile in ben 64 Pre-roll, cioè in quei piccoli spot pubblicitari da 15 secondi che precedono i video più visti su YouTube.
Non tutti si possono skippare e, per questo motivo, sono più odiati di uno sceneggiatore comunista negli Stati Uniti degli anni 50.
Come rendere positivi questi inevitabili muri tra noi e il video desiderato? Semplicemente ammettendo che sono odiosi.
Solo così si conquisterà la simpatia degli utenti finali e, tra uno scherzo e l’altro, si riuscirà a piazzare il menù speciale a 5 dollari. E via. I 15 secondi sono finiti.

Guarda il video.

Guarda il video.

Non è meravigliosamente semplice? Non è maledettamente geniale? Non è una cosa che avremmo potuto pensare tutti? Certo! È per questo che la amiamo!

Perché la pubblicità che colpisce di più, quella che ti fa riflettere sul prodotto, è fatta di ragionamenti semplici, inossidabili. Non banali o ritriti, ma chiari e lampanti.
Insomma, sono le pubblicità che ti parlano, e non che parlano e basta.

Chissà cosa avrebbe fatto Burghy, se solo ci fosse stato Facebook.
Forse, una pacifica guerra contro i colossi americani?

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BURGHY. IL TUO FAST FUD.

Ecco, questo sarebbe stato un titolo coraggioso.
Fanculo lo spelling inglese: siamo italiani a cui piace fare gli americani. Questo è il plus di prodotto!
Perché io, i cetrioli nei burger di Burghy, non li ho mai trovati.

Lutile

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Mai dire mail.

Amici, anche il Lutile ha finalmente un indirizzo e-mail: lutileidiota@gmail.com

Come mai ho aspettato fino ad oggi, per crearne uno?
Non lo so è la risposta.

Forse perché pensavo che non lo avrei mai fatto.
Ma… 007-mai-dire-mai

Beh, se vorrete scrivermi in privato, ora sapere dove imbucare la lettera.

Saluti!
Lutile

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#VALETUTTO. Prima ti assicuri l’attenzione. Poi, l’automobile.

Esplosione di idee

“Wow!”
Ecco cosa ho detto la prima volta che ho visto lo spot dell’assicurazione SaraFree.

Anche se non capisco immediatamente il motivo per cui un film con morti ammazzati dovrebbe parlarmi di un’assicurazione auto, posso comunque dire che mi è piaciuto.

Sì, perché nel caos più totale della televisione italiana, piena di pubblicità assordanti e tutte uguali, il cervello si riaccende solo quando percepisce qualcosa di “alieno” tra uno spot e l’altro: un film, un telefilm, uno show, il trailer di un blockbuster.

Ecco perché lo spot dell’assicurazione mi ha colpito tanto: è riuscito a non passare inosservato.
Vediamoci insieme la “extended version” di 45 secondi (premettendo però che “Dal regista di Abissi di Fuoco” nun ze po’ sentì):

Vai al video >>

Vai al video >>

Che meraviglia.
Finalmente qualcosa di nuovo, mi ero detto in un primo momento.

Poi, come quando finisce un incantesimo, mi sono svegliato.
E d’un tratto ho realizzato che quello spot sarebbe stato perfetto per mille altri prodotti.
Perché, una volta che hai l’attenzione della gente, puoi finalmente dire (quasi) tutto quello che vuoi.
Il messaggio potrà essere condiviso o meno: l’importante è che tutti l’abbiano ascoltato, subìto, digerito.

Insomma: “A me gli occhi, che poi te li rivendo.”

E così, dopo essermi beato di esplosioni e scene d’azione esagerate, mi sorbisco pure un cazziatone: devo imparare ad usare la testa.
Ok.
Messaggio recepito.

Proverò allora ad usarla per davvero, dimostrando quanto questo spot ben confezionato e mega-prodotto (ma anche, se vogliamo, un po’ naif nei suoi intenti) possa essere riutilizzato per prodotti molto diversi tra loro.

Verosimili versioni che minano l’unicità dello spot di SaraFree, sono:

Money Talks
“Se stai guardando questo trailer, non stai prelevando al bancomat. Però stai continuando a pagare le spese del tuo conto corrente. È tempo di usare la testa. Comprati un computer decente e apriti un conto online.”

Berlusconi’s way.
“Se stai guardando questo trailer, non stai guidando. Però stai continuando a pagare il canone RAI. È tempo di usare la testa. Prendi quel cazzo di bollettino e straccialo! Così, giusto per ricordarlo.”

Bastoncini Style.
“Se stai guardando questo trailer, non sei fuori a pescare. Però lo sta facendo qualcun altro e prima o poi il tuo merluzzo finirà. È tempo di usare la testa. Passa a Findus e assicuri il pesce quotidiano ai tuoi capitani di domani.”

“Se sei su questo blog, non stai leggendo il blog di un altro.” - Perdiana, il vecchio ha ragione!

“Se sei su questo blog, non stai leggendo il blog di un altro.” – Perdiana, il vecchio ha ragione!

Alla “Non è mai troppo tardi”.
“Se stai guardando questo trailer, non stai studiando. Però domani nessuno sposterà quell’esame per te, cretino! È tempo di usare la testa. Iscriviti a Cepu: fai come i nostri giovani figuranti dal sorriso smagliante: due ore alla settimana in teleconferenza e hai una laurea in pubblicità. Non ci credi? Beh, nemmeno noi.”

In the Name of God.
“Se stai guardando questo trailer, non sei al cinema. Però ti è venuta voglia di andarci! È tempo di usare la testa. Se vai sul sito del cine-teatro Don Bosco di Refrontolo (Treviso), con un po’ di fortuna e con l’aiuto di Dio, puoi prenotare il tuo posto a centro sala per l’ultimo capolavoro di Checco Zalone.”

Alla “Bambini con gli occhioni che guardano in macchina”.
“Se stai guardando questo trailer, sei vivo e vegeto. Però, nel mondo, c’è gente che sta morendo per davvero, altro che film d’azione! È tempo di usare la testa. Fai la tua donazione di un euro e sostieni la nostra associazione umanitaria. E ora, puoi continuare a sentirti una merda. Buona serata!”

Sto esagerando?
Forse sì. Ma è tanto divertente…
Soprattutto quando vedo il sosia di Bruce Willis che mi parla di “qualcosa”. E prima di capire “che cosa”, la confezione vince sul messaggio.
Il farsi pubblicità vince sul farla e basta.

E alla fine, io sto scrivendo un post su SaraFree che mi fa pagare l’assicurazione auto in base ai chilometri che faccio.
Mmmm…
Hanno vinto “loro”. Stavolta.

Lutile

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Lettere alla mano.

Carissimi, ho una notizia importante per voi.
È uscito l’eBook che raccoglie tutte e 34 le lettere segrete sulla pubblicità (più una, inedita) di Vincent Van Gogh!

Si tratta di un libro in formato digitale per Kindle disponibile sullo store di Amazon.
Lo potete raggiungere cliccando sulla copertina qui sotto:

la copertina

Ho scelto Amazon perché mi ha permesso di pubblicare velocemente tutti i manoscritti che avevo nel cassetto e che ho sempre fatto leggere attraverso il mio blog.

Il libro digitale si conclude, però, con la famosa lettera 35, mai pubblicata sul blog e data in esclusiva a chi vorrà scaricare l’eBook.

Se vorrete, potrete comperare questo libriccino a pochi euri e dimostrare così al mondo di aver fatto una scelta importante per sostenere gli ideali di un Idiota che vi ama tantissimo e che spera di esservi sempre più Lutile (nel suo piccolo).

Grazie di cuore.

Oppure, potrete scegliere di regalarlo agli amici.
Oppure ancora, potrete farlo comperare agli amici direttamente, esclamando frasi giovani tipo: “È gradevole! Acquistalo immantinente!”.
Oppure, potrete fregarvene e tirare dritto.

Io vi amerò comunque.

E se non avete il Kindle?
Esistono tante app gratuite per trasformare in un Kindle il vostro Android o iPad. O il PC. O il vostro Mac.
E portarvi Le lettere segrete (sulla Pubblicità) di Vincent Van Gogh sempre con voi!

Scegliete quella più adatta alle vostre esigenze, cliccando qui: download

Così, io ve l’ho detto…

“Le cose migliori sono quelle che si pagano.” “Poco.” aggiungo io, perché altrimenti non le vuole nessuno. Il prezzo applicato è il minimo che Amazon mi ha imposto di applicare.

Per quelli che (come me ieri) non sanno nemmeno cosa sia un Kindle, eccolo qui: kindle

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